Don Alberto Ravagnani non è più “don”. A 32 anni, il sacerdote della diocesi di Milano ha comunicato all’arcivescovo la propria decisione di sospendere il ministero presbiterale, rinunciando così al sacerdozio. L’annuncio ufficiale è arrivato con una nota del vicario generale dell’Arcidiocesi, che ha confermato la conclusione del suo servizio come vicario parrocchiale e collaboratore della Pastorale Giovanile. Una scelta che, come sottolinea la stessa Curia, “provoca sofferenza in tante persone”, segno che il cammino condiviso negli ultimi anni non è stato privo di frutti, ma che oggi lascia spazio a interrogativi profondi.
Ravagnani si era fatto conoscere nel panorama cattolico – e oltre – per il suo stile comunicativo diretto, fresco, costruito intorno a una forte presenza sui social. I video motivazionali, le riflessioni semplici ma efficaci, avevano colpito soprattutto i giovani, ai quali parlava con linguaggio contemporaneo. Tuttavia, col tempo, quell’attività ha assunto connotati sempre più distanti dallo spirito sacerdotale. Non solo per la forma – immagini curate, pose da influencer, ospitate in podcast d’intrattenimento – ma anche per contenuti che hanno sollevato perplessità, come la sponsorizzazione di integratori su Instagram, gesto che ha attirato numerose critiche anche dentro la comunità ecclesiale.
Nel frattempo, mentre la notizia della rinuncia al sacerdozio diventa pubblica, Ravagnani non ha ancora modificato la propria biografia sui social, dove campeggia ancora la dicitura “prete”. In compenso, ha rilanciato la promozione del suo nuovo libro, La Scelta, in uscita il prossimo 10 febbraio. Un titolo che appare ora doppiamente carico di significato, quasi un manifesto personale del suo momento attuale.
Il caso di Ravagnani tocca corde delicate e impone una riflessione più ampia, in particolare sul significato della vocazione sacerdotale in un’epoca in cui la visibilità sembra diventata un valore assoluto. Il ministero presbiterale, tuttavia, non è un ruolo da reinterpretare in chiave individualistica o narcisistica. È un servizio, una chiamata che richiede obbedienza, dedizione, rinuncia. La Chiesa affida ai suoi sacerdoti un compito che va ben oltre il desiderio di emergere o la costruzione di un seguito personale: è una missione che si radica nel silenzio, nella preghiera, nella discrezione.
Utilizzare i nuovi linguaggi per l’evangelizzazione è possibile, e talvolta persino necessario. Ma c’è una linea sottile, e importante, che separa l’uso dei media per il Vangelo dall’uso del Vangelo per se stessi. Quando l’identità sacerdotale diventa funzionale all’autopromozione, il rischio non è solo la confusione dei fedeli, ma una profonda disgregazione del senso stesso del ministero.
Oggi Alberto Ravagnani sceglie un’altra strada. Lo fa con piena responsabilità, certo, ma anche lasciando una ferita nella comunità che lo ha accolto e formato, e che ora è chiamata a trasformare la delusione in preghiera. Il suo cammino prosegue altrove, ma il sacerdote che ha indossato l’abito non può essere semplicemente rimosso come una qualifica da un profilo social. Perché quella veste, quando è indossata con sincerità, resta sempre un segno visibile di un legame profondo con qualcosa di molto più grande del proprio nome. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
