L’assassinio della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, avvenuto alla fine di febbraio 2026 in quello che Vladimir Putin ha definito un “cini co omicidio in violazione di tutte le norme della moralità umana e del diritto internazionale”, ha innescato a Mosca una reazione che va ben oltre le rituali condoglianze diplomatiche. Il Cremlino ha reagito con un significativo inasprimento delle misure di sicurezza interna e, parallelamente, con una stretta senza precedenti sul panorama digitale russo, bloccando piattaforme di comunicazione tra le più diffuse al mondo: WhatsApp, Telegram e YouTube.
L’eliminazione fisica di Khamenei ha rappresentato per Putin un trauma politico e strategico di primissimo piano. Già provato dalla caduta di Bashar al-Assad in Siria nel dicembre 2024 e dall’uscita di scena di Nicolás Maduro in Venezuela, il presidente russo si è trovato a fare i conti con la perdita di un terzo alleato chiave nel giro di pochi mesi. Secondo Alexander Baunov, esperto del Carnegie Center di Mosca, “per due volte in due mesi, Putin non è riuscito a svolgere il suo ruolo di salvatore”, e nel caso di Khamenei “l’assassino è il suo amico Trump”, con un riferimento all’operazione congiunta statunitense-israeliana che ha eliminato la Guida Suprema.
L’assassinio ha avuto un effetto immediato e visibile sulla psicologia politica del Cremlino. La modalità dell’attacco — condotto sfruttando, secondo alcune ricostruzioni, le vulnerabilità dei sistemi di videosorveglianza urbana, trasformati in strumenti d’intelligence offensiva — ha dimostrato come le infrastrutture tecnologiche di una capitale moderna possano diventare vettori di operazioni letali. Mosca ha tratto da ciò una lezione operativa diretta: il controllo dell’ecosistema digitale interno non è soltanto una questione di propaganda o censura, ma una condizione strutturale per la sopravvivenza del regime.
Il blocco di WhatsApp, YouTube e Telegram
Già nel corso del mese di febbraio 2026, prima ancora che la notizia della morte di Khamenei raggiungesse il grande pubblico, le autorità russe avevano avviato una serie di operazioni coordinate per limitare e poi bloccare l’accesso a piattaforme digitali straniere. Il 10 febbraio, Roskomnadzor — l’agenzia governativa per le comunicazioni — ha annunciato restrizioni su Telegram, motivandole con la pubblicazione di “contenuti illegali” e l’utilizzo della piattaforma da parte di “servizi segreti occidentali”. Pochi giorni dopo, l’11 febbraio, le autorità hanno rimosso dal sistema nazionale dei nomi di dominio (NDNS) i siti web di WhatsApp, YouTube, Instagram e di numerosi media classificati come “agenti stranieri”, tra cui Radio Liberty, BBC e Deutsche Welle.
Il blocco di WhatsApp è divenuto totale entro la fine di febbraio 2026, completando una progressione che aveva visto la piattaforma di Meta subire restrizioni parziali già dall’agosto 2025. YouTube, che in Russia conta decine di milioni di utenti attivi, è stato oscurato nell’ambito della stessa operazione, privando i cittadini di uno dei principali canali di informazione e intrattenimento non filtrati dal Cremlino. Per Telegram, la situazione si è fatta ancora più critica: fonti vicine alle forze dell’ordine russe, citate dal canale Baza, hanno anticipato che dal 1° aprile l’app potrebbe essere bloccata integralmente sul territorio nazionale.
Il vuoto lasciato dalle piattaforme occidentali non è casuale: risponde a un disegno strategico che Putin stava coltivando da anni, quello di una “RuNet”, una rete nazionale autonoma, impermeabile alle influenze esterne e pienamente controllabile dallo Stato. Lo strumento designato a raccogliere questa eredità è Max, un’applicazione di messaggistica e servizi governativi promossa direttamente dal Cremlino, che il presidente russo ha personalmente chiesto di introdurre ovunque nell’interesse della “sovranità digitale” della Russia. La privacy policy di Max stabilisce esplicitamente che il servizio ha il diritto di trasferire i dati degli utenti a qualsiasi autorità su richiesta, nonché di raccogliere informazioni sulle pagine web visitate dagli utenti.
Pavel Durov, fondatore di Telegram e di chiare origini russe, ha dichiarato che le restrizioni imposte dall’autorità russa sono finalizzate a costringere i cittadini verso “una piattaforma controllata dallo Stato, costruita per la sorveglianza e la censura politica”. Una fonte vicina a Durov ha definito “inevitabile” il blocco totale di Telegram in Russia. La transizione forzata verso Max segna dunque il culmine di un processo che, dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina in poi, ha progressivamente espunto dalla rete russa Facebook e Instagram (marzo 2022), Signal (agosto 2024), Snapchat e FaceTime (dicembre 2025), fino all’oscuramento definitivo di WhatsApp nel febbraio 2026.
Le implicazioni militari del blocco
La decisione di bloccare Telegram ha prodotto conseguenze paradossali anche sul fronte militare. Secondo Bloomberg, la BBC e gli analisti dell’Institute for the Study of War (ISW), le restrizioni imposte all’app hanno colpito direttamente le comunicazioni delle unità russe impegnate in Ucraina, che utilizzavano Telegram come strumento operativo per coordinare attacchi e operazioni con droni. Il blocco, combinato con le restrizioni sui terminali Starlink per gli account russi, ha ridotto sensibilmente la capacità di coordinamento sul campo, rallentando di fatto l’offensiva russa nelle settimane in cui avrebbe dovuto intensificarsi.
Una legge firmata da Putin ha inoltre aperto alla possibilità di blocchi completi delle connessioni telefoniche e internet senza necessità di un mandato giudiziario, estendendo il perimetro dell’intervento statale a livelli mai raggiunti in precedenza nel mondo digitale russo. Nuove norme hanno previsto sanzioni per chi cerca materiali classificati come “estremisti” attraverso VPN e altri strumenti di aggiramento dei filtri, mentre centinaia di servizi per eludere la censura sono stati bloccati nel corso degli ultimi mesi.
Un regime sempre più isolato
L’insieme di questi provvedimenti delinea un quadro in cui la Russia si avvia verso un modello di “internet sovrano” ispirato al sistema cinese, con un controllo capillare del flusso informativo e una dipendenza crescente da piattaforme nazionali soggette alla supervisione dei servizi di sicurezza. La morte di Khamenei ha funzionato, in questo contesto, da acceleratore politico: ha fornito a Putin la giustificazione narrativa per presentare il rafforzamento della censura digitale non come una scelta repressiva, ma come una necessità difensiva imposta da un ambiente internazionale ostile e imprevedibile.
Lo stesso Peskov, portavoce del Cremlino, ha smentito che vi siano stati cambiamenti sostanziali nei protocolli di sicurezza personale del presidente, ma fonti citate dal Moscow Times descrivono un apparato di protezione sempre più pervasivo: laboratori portatili per l’assaggio di ogni alimento, chef personali in viaggio costante con Putin, giubbotti antiproiettile indossati sotto la giacca in pubblico e un cordone di sicurezza composto da decine di agenti anche per le più brevi cerimonie ufficiali. L’assassinio della Guida Suprema iraniana, in questo senso, non ha fatto che intensificare un’ossessione per la sicurezza personale che al Cremlino era già ben radicata. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
