Nel cuore della Siberia nord-orientale, tra i rilievi della catena montuosa di Chersky, si apre una ferita della Terra che continua a crescere anno dopo anno. È il cratere di Batagaika, noto come “Porta dell’Inferno”, la più grande depressione termocarsica conosciuta al mondo, diventata negli ultimi decenni un simbolo tangibile degli effetti del riscaldamento globale sulle regioni artiche.
Questa enorme voragine, lunga oltre un chilometro, larga circa 800 metri e profonda fino a 100 metri, si espande a una velocità stimata di circa 30 metri all’anno. Il fenomeno è legato allo scioglimento del permafrost, lo strato di terreno congelato che caratterizza vaste aree dell’emisfero settentrionale. Quando questo ghiaccio sotterraneo si disgela, il suolo perde stabilità e collassa, generando cavità sempre più ampie.
La genesi della “Porta dell’Inferno” risale agli anni Sessanta, quando la deforestazione dell’area rimosse la copertura vegetale che proteggeva il terreno dal riscaldamento solare. L’esposizione diretta accelerò il disgelo del permafrost, innescando un processo di cedimento progressivo che nel tempo è stato amplificato da eventi come piogge intense e inondazioni. Le immagini satellitari, disponibili dagli anni Novanta, hanno documentato un’accelerazione significativa del fenomeno: da una crescita annua di 11-15 metri fino al 2018, si è passati agli attuali ritmi quasi triplicati, in linea con l’aumento delle temperature registrato nell’Artico.
Oltre all’impatto geomorfologico, ciò che preoccupa maggiormente la comunità scientifica è il ruolo del cratere nel ciclo globale del carbonio. Il permafrost intrappola enormi quantità di materia organica congelata che, una volta scongelata, si decompone liberando gas serra come anidride carbonica e metano. Le stime più recenti indicano che Batagaika rilascia ogni anno tra 4.000 e 5.000 tonnellate di carbonio sotto forma di gas, contribuendo a un effetto di retroazione climatica: più il terreno si scioglie, più gas vengono emessi, intensificando ulteriormente il riscaldamento globale.
Dalla sua formazione fino al 2023, il cratere avrebbe già liberato circa 169.500 tonnellate di carbonio. Un dato che, seppur limitato su scala globale, assume un significato ben più ampio se considerato nel contesto del permafrost artico, che contiene complessivamente circa il doppio del carbonio presente oggi nell’atmosfera terrestre.
Il caso di Batagaika rappresenta dunque un laboratorio naturale di straordinaria importanza per comprendere i meccanismi di degradazione del permafrost e le loro implicazioni climatiche. Gli scienziati sottolineano come fenomeni analoghi, anche se di dimensioni diverse, potrebbero moltiplicarsi in tutto l’Artico, con conseguenze difficilmente prevedibili ma potenzialmente rilevanti su scala planetaria. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
