Nel campo largo si torna a sfiorare una delle parole più sensibili della politica italiana: patrimoniale. Il tema non nasce da una proposta unitaria già scritta nero su bianco, ma dal riaccendersi di un confronto sulla redistribuzione della ricchezza che, nelle ultime settimane, ha esposto tutte le differenze tra Pd, M5s e Avs. A riaprire il dossier è stato anche il pressing su una tassazione dei grandi patrimoni nel dibattito pubblico e sindacale, mentre Giorgia Meloni ha scelto di trasformare subito la questione in un terreno di scontro identitario con le opposizioni.
Il punto politico è che la coalizione alternativa alla destra, proprio mentre prova a costruire una piattaforma comune, si scopre lontana su uno dei temi più simbolici. Elly Schlein ha parlato della necessità di riportare al centro “la redistribuzione delle ricchezze”, mantenendo però una linea prudente sullo strumento concreto e lasciando filtrare l’idea che un eventuale intervento sui grandi patrimoni possa essere collocato soprattutto in una cornice europea. Giuseppe Conte, invece, ha scelto una marcatura più netta, sostenendo che per il Movimento 5 Stelle la patrimoniale “non è all’ordine del giorno”. Angelo Bonelli e l’area rossoverde, al contrario, la considerano una misura di equità sociale, coerente con una visione più redistributiva del fisco.
È qui che il tema fiscale smette di essere solo economico e diventa pienamente politico. La patrimoniale è infatti un test di compatibilità per il campo largo: misura identitaria per una parte della sinistra, argomento da maneggiare con cautela per il Pd, terreno da evitare per il M5s che teme di consegnare alla destra una bandiera polemica troppo facile. La sintesi, al momento, non c’è. E la fotografia che emerge è quella di una coalizione che cerca unità su salari, sanità e welfare, ma si divide appena la discussione tocca il patrimonio privato e la leva fiscale.
Per Meloni, la finestra politica è evidente. La premier ha già ribadito che con la destra al governo “nessuna patrimoniale” vedrà la luce, provando a intestarsi la difesa del ceto medio e dei risparmiatori e a dipingere il centrosinistra come un fronte predisposto ad alzare le tasse. In questo schema, anche l’ambiguità degli avversari diventa un vantaggio competitivo per la maggioranza: ogni distinguo tra Schlein, Conte e Avs rafforza l’idea di un’opposizione ancora lontana da una vera linea comune sul fisco.
Resta però un dato di fondo che rende il dossier destinato a tornare. La pressione sul tema redistributivo cresce insieme alla crisi dei salari, all’allargamento delle diseguaglianze e alla difficoltà di finanziare nuove politiche sociali senza aprire un capitolo sulle entrate. Per questo la patrimoniale, anche quando viene negata o aggirata lessicalmente, continua a riaffacciarsi nel vocabolario della sinistra. Non è ancora il collante programmatico del campo largo, anzi oggi appare più come una linea di frattura. Ma proprio questa frattura racconta una verità politica: la partita per Palazzo Chigi passa anche dalla risposta a una domanda rimasta senza soluzione condivisa, e cioè chi debba pagare il costo della redistribuzione. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
