L’annuncio era nell’aria da settimane, ma è solo con l’informativa resa alla Camera e al Senato il 9 aprile 2026 che la premier Giorgia Meloni ha formalizzato davanti al Parlamento l’intenzione del governo di introdurre la figura dell’ausiliario dei Carabinieri e delle Forze di polizia, una nuova categoria di volontari in ferma prefissata destinata ad affiancare le forze dell’ordine nelle attività di sicurezza e controllo del territorio. La misura prevede il reclutamento di circa 10.000 unità e si inserisce in una più ampia strategia di rafforzamento del comparto sicurezza che il governo intende portare a termine entro la fine della legislatura.
L’idea era stata anticipata nei mesi precedenti dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che aveva parlato di circa 12.000 carabinieri ausiliari da immettere progressivamente nell’operazione Strade sicure, il programma che attualmente impiega oltre 6.800 militari nel presidio di stazioni ferroviarie, aeroporti e luoghi sensibili delle principali città italiane. Nella versione illustrata da Meloni al Parlamento il numero si è assestato a quota diecimila, con l’estensione della figura non solo all’Arma dei Carabinieri ma anche alle Forze di polizia in senso lato, configurando un modello di supporto trasversale all’intero sistema della sicurezza pubblica.
Una figura con radici storiche
Il carabiniere ausiliario non è una novità assoluta nell’ordinamento italiano. La figura era già presente nei ranghi dell’Arma fino al 2005, anno in cui la sospensione della leva obbligatoria ne decretò la progressiva scomparsa. Si trattava, in origine, di giovani di leva che dopo un corso di addestramento venivano impiegati in compiti di supporto e affiancamento ai militari effettivi. La proposta attuale intende resuscitare questa figura in chiave volontaristica, adattandola alle esigenze di sicurezza contemporanee e prevedendo un reclutamento tramite bando pubblico aperto a cittadini in possesso di specifici requisiti, con contratti a tempo determinato della durata di uno o due anni.
Secondo quanto illustrato dal ministro Crosetto nelle settimane precedenti all’informativa parlamentare, gli ausiliari saranno selezionati anche in base a competenze specializzate provenienti dal mondo civile, in particolare nei settori della cybersecurity e delle tecnologie digitali, ritenuti oggi indispensabili per il contrasto a fenomeni criminali evoluti e per il presidio di infrastrutture strategiche. Il progetto si accompagna alla più ampia riforma della Difesa, il cui disegno di legge è stato presentato al Consiglio dei ministri nei mesi scorsi.
Cosa potrà fare l’ausiliario
I volontari in ferma prefissata saranno impiegati principalmente in attività di sicurezza e controllo del territorio, operando sempre in affiancamento al personale effettivo e non in modo autonomo. La funzione primaria è quella di ampliare la presenza visibile delle forze dell’ordine nelle aree urbane più sensibili, con un effetto deterrente nei confronti della criminalità di prossimità. In questo schema, gli ausiliari dovrebbero progressivamente sostituire i militari dell’Esercito oggi impegnati nell’operazione Strade sicure, liberando i soldati per compiti più strettamente operativi e militari che oggi non riescono a svolgere a causa del carico di lavoro.
I nuovi volontari saranno tenuti a frequentare un corso di formazione iniziale prima di essere impiegati sul campo, sebbene i dettagli relativi alla durata e ai contenuti del percorso formativo siano ancora in via di definizione nell’ambito del provvedimento legislativo in preparazione. Il compenso previsto, secondo quanto emerso nei documenti preliminari, dovrebbe attestarsi attorno ai 6.000 euro lordi annui per la ferma volontaria, una cifra che riflette la natura part-time e ausiliaria dell’impiego e non quella di un rapporto di lavoro a tempo pieno con le forze dell’ordine.
Il contesto: un organico sotto pressione
L’introduzione di questa nuova figura risponde a una carenza strutturale e documentata negli organici delle forze di sicurezza italiane. I dati del Dipartimento della pubblica sicurezza evidenziano uno scarto netto tra organico teorico e forza effettiva: 109.271 unità previste contro 97.931 in servizio, con un deficit di oltre 11.340 operatori, pari a più del 10% della dotazione organica. Nei ruoli operativi la carenza sfiora l’11%, mentre in quelli sanitari arriva al 35%. Per l’Arma dei Carabinieri il vuoto è ancora più marcato: mancano circa 10.200 unità, pari all’8,5% della forza prevista per legge, con un carico di lavoro che il Comandante Generale ha definito “già molto rilevante e in tendenziale crescita”.
In questo scenario, la premier ha ricordato che il governo ha già assunto 42.000 operatori nelle Forze di polizia riuscendo a garantire il turn over al 100%, e che entro la fine della legislatura sono programmate ulteriori 27.000 assunzioni nel comparto sicurezza. L’ausiliario si configura quindi non come un sostituto del personale di ruolo, ma come una misura tampone e complementare, destinata a colmare rapidamente il gap operativo in attesa che il ciclo ordinario di reclutamento e formazione produca i propri effetti.
Le critiche dei sindacati di polizia
Il piano non ha mancato di suscitare reazioni critiche, in particolare da parte delle organizzazioni sindacali della Polizia di Stato. Cinque sigle — tra cui SAP, COISP, MOSAP, FSP e SILP CGIL, che complessivamente rappresentano oltre il 60% dei poliziotti italiani — hanno indirizzato una formale lettera di protesta alla presidente del Consiglio, contestando il piano e denunciando il rischio di uno squilibrio all’interno del comparto sicurezza e difesa. Nella nota unitaria i sindacati richiamano la legge 121 del 1981, che ha fissato l’equilibrio tra le diverse forze di polizia, la centralità dell’autorità civile di pubblica sicurezza e la distinzione netta delle competenze.
La critica principale riguarda il fatto che il piano prevede un massiccio innesto nell’Arma dei Carabinieri — forza a ordinamento militare — mentre il vuoto nella Polizia di Stato, corpo civile, resterebbe sostanzialmente aperto. I sindacati descrivono questo approccio come uno spostamento dell’asse verso un modello a marcata impronta militare, in contrasto con il principio di equilibrio sancito dall’ordinamento vigente. Il governo non ha ancora fornito una risposta formale a queste obiezioni, ma la misura appare destinata a procedere nel quadro del più ampio disegno di legge sulla riforma della Difesa. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
