Roberto Cingolani non sarà riconfermato alla guida di Leonardo. La decisione di Giorgia Meloni sarebbe maturata già a gennaio, dopo una serie di frizioni accumulate nel tempo: dalla gestione manageriale ritenuta troppo autonoma fino a scelte strategiche che hanno creato problemi con alleati chiave, dagli Stati Uniti all’Arabia Saudita. Una scelta che a Piazza Affari ha fatto crollare il titolo Leonardo, il peggiore del listino a -6% e che molto analisti reputano assurda e priva di logica imprenditoriale.
Al centro delle critiche mosse da palazzo Chigi c’è soprattutto il progetto Michelangelo Dome, la cupola di difesa integrata per aria, terra, mare, spazio e cyber che Leonardo ha proposto come sistema di protezione europeo. Presentato come un sistema operativo già definito, e non come un semplice concetto, il piano avrebbe irritato l’amministrazione Trump: a Washington sarebbe stato percepito come una sfida al Golden Dome, lo scudo spaziale voluto dal presidente Donald Trump. In Europa, il progetto sarebbe stato accolto con scetticismo dal cancelliere tedesco Friedrich Merz e dal presidente francese Emmanuel Macron.
Le tensioni con l’Arabia Saudita rappresentano un altro capitolo della crisi. A differenza di altri amministratori delegati di aziende pubbliche, Cingolani si sarebbe mostrato “respingente” alle richieste di Riad di ottenere trasferimenti di tecnologie e accordi di co-produzione, una postura che avrebbe compromesso relazioni commerciali di rilievo strategico.
Nella lista delle contestazioni anche una serie di accordi firmati ma rimasti lettera morta. L’intesa con Rheinmetall sui mezzi corazzati, del valore di circa 13 miliardi di euro in commesse della Difesa, non ha ancora prodotto un solo veicolo made in Italy. L’accordo con il produttore turco Baykar per una versione italianizzata del drone Bayraktar non ha generato neppure un prototipo. E l’intesa sui satelliti con Thales non ha avuto ricadute operative.
Sul fronte interno, palazzo Chigi contesta a Cingolani la scelta dei collaboratori: un cerchio ristretto di fedelissimi scelti personalmente, tra cui Simone Ungaro alla strategia di gruppo e Helga Cossu, ex giornalista di SkyTg24, promossa in rapida ascesa fino alla guida di una maxi unità dedicata alla strategia globale di brand e identità digitale. L’ordine del giorno firmato da Cingolani il 13 marzo per la promozione della Cossu sarebbe finito sulla scrivania della premier come documento emblematico di una gestione considerata troppo personalistica.
Secondo fonti dell’esecutivo citate da Repubblica, le strategie di Cingolani sarebbero state definite “impavide” al punto da creare frizioni con diversi Paesi partner. Quando avrebbe tentato un confronto diretto con Meloni, avrebbe ricevuto un netto rifiuto all’udienza. Errori, sottovalutazioni e troppa autonomia: questo il conto presentato al manager che la stessa premier aveva voluto prima come consulente sulla crisi del gas e poi alla guida di Leonardo. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
