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Ungheria: Schlein, Conte ed il Centrosinistra esultano ma Peter Magyar la pensa come Giorgia Meloni

Magyar vince in Ungheria con i due terzi dei seggi, ma la sinistra italiana esulta per un conservatore cattolico, no-woke e anti-immigrazione che ha più in comune con Meloni che con Schlein.

La vittoria schiacciante di Péter Magyar alle elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile 2026 ha scatenato un’ondata di euforia nel centrosinistra italiano, con Elly Schlein, Matteo Renzi e Giuseppe Conte a celebrare quella che hanno definito la “fine del tempo dei sovranisti”. Eppure, a leggere con attenzione il profilo politico del nuovo premier ungherese, emerge un paradosso di non poco conto: l’uomo che ha spodestato Viktor Orbán dopo sedici anni di potere ininterrotto non è il campione del progressismo europeo che i leader della sinistra italiana sembrano aver immaginato, ma un conservatore cattolico, contrario all’immigrazione di massa, refrattario all’ideologia woke e profondamente critico nei confronti dell’attuale architettura dell’Unione Europea.

Il partito Tisza — acronimo di Tisztelet és Szabadság, ovvero Rispetto e Libertà — ha ottenuto con lo spoglio al 96,89% ben 138 seggi su 199 nel nuovo Parlamento, conquistando la maggioranza dei due terzi che consente di modificare la Costituzione, mentre Fidesz si è fermato a 55 seggi e il partito di estrema destra Mi Hazank a soli 6. Un risultato storico, definito dallo stesso Magyar dal palco di Budapest con parole cariche di solennità: “Insieme abbiamo liberato l’Ungheria”. L’affluenza ha raggiunto il 77%, un record per il Paese, a testimoniare quanto profondo fosse il desiderio di cambiamento in una nazione stremata da anni di corruzione sistemica, stagnazione economica e isolamento europeo.

Le reazioni italiane e il corto circuito della narrazione

Sul fronte italiano, le reazioni non si sono fatte attendere. Elly Schlein, in collegamento televisivo su La7, ha dichiarato che “il tempo dei sovranisti e delle destre nazionaliste è finito”, aggiungendo che con Orbán hanno perso anche Giorgia Meloni e Matteo Salvini, rei a suo dire di aver sostenuto l’autocrate magiaro con “imbarazzanti video”. Matteo Renzi ha cavalcato la stessa onda con toni più irrisori, scrivendo sui social che dopo “sedici anni Orbán va KO” e ironizzando sulla premier italiana come “re Mida al contrario”, con riferimento ai sostegni accordati a forze anti-europeiste in Polonia, Spagna e Ungheria, tutte poi uscite sconfitte dalle urne. Eppure, nessuno di questi commenti si è soffermato su un dato politico cruciale: Magyar è un conservatore che, su molti dei temi identitari cari alla sinistra europea, occupa posizioni tutt’altro che progressiste.

Il paradosso è stato colto con lucide osservazioni da diversi analisti di area centrodestra, che hanno sottolineato come la vittoria di Magyar non rappresenti affatto la “vittoria dell’Europa dei valori progressisti”, quanto piuttosto il successo di una destra moderna, anti-corruzione e atlantista, che ha saputo intercettare il malcontento di una popolazione stanca di un sistema di potere personalistico e opaco. La sinistra italiana, secondo questa lettura, è salita su un carro che non le appartiene.

Il profilo politico di Magyar: conservatore, cattolico, no-woke

Péter Magyar si definisce pubblicamente un “conservatore deluso” e un “liberale di destra”, ed è su questa posizione che ha costruito la sua intera campagna elettorale. Aderente al Partito Popolare Europeo — la stessa famiglia politica cui appartenne Fidesz prima dell’espulsione nel 2021 — Magyar ha esplicitamente rifiutato di fare delle battaglie identitarie progressiste un pilastro della propria agenda. Come riportato da Euronews, “Magyar, come Fidesz, è diffidente nei confronti dei media e rifugge da questioni divisive e ideologiche come i diritti Lgbtq+ e l’immigrazione“, aggiungendo tuttavia una promessa centrale: “un orientamento occidentale, una politica cristiana-conservatrice, ma senza la corruzione di Fidesz“. Una formula che riecheggia più da vicino i Conservatori e Riformisti europei che il gruppo socialdemocratico.

Su uno dei temi più divisivi del dibattito europeo, l’immigrazione, Tisza mantiene una linea dura che non si discosta sostanzialmente da quella orbanian. Fonti di analisi politica hanno confermato che Magyar “continuerà ad opporsi all’immigrazione di massa extra-europea, al multiculturalismo, ai deliri woke e agli eccessi dell’UE, a perseguire una politica di tasse basse e sostegno alla natalità”. Il cambiamento rispetto a Orbán, secondo questa lettura, è essenzialmente “di governance, non di ideologia”: Magyar vuole uno Stato che funzioni, magistratura indipendente, media liberi, lotta alla corruzione, ma non intende smantellare l’impianto valoriale conservatore che caratterizza la società ungherese.

Atlantismo, Europa e la questione ucraina

Sul piano della politica estera, la distanza con Orbán è invece netta e significativa. Magyar ha fatto del riavvicinamento a Bruxelles uno dei cardini della propria campagna, promettendo di sbloccare i 17 miliardi di fondi europei che la Commissione tiene congelati da anni per le violazioni allo Stato di diritto commesse dal governo uscente. La sua visione è quella di un’Ungheria pienamente integrata nelle strutture occidentali, solidale con la NATO e non ambigua nei confronti della Russia di Vladimir Putin, che Orbán aveva invece progressivamente trasformato in un interlocutore privilegiato. Anche sulla questione ucraina, tuttavia, Magyar mantiene una posizione sfumata: Tisza si oppone a una rapida integrazione dell’Ucraina nell’Unione Europea, posizione che lo allontana dai partiti più filo-ucraini del Parlamento europeo.

Il nuovo premier ungherese è anche critico verso quella che considera una deriva burocratica e ideologica dell’Unione Europea, pur rimanendo convintamente europeista sul piano istituzionale. Una posizione che ricorda da vicino quella espressa da diversi leader del PPE e, per certi versi, dalla stessa Giorgia Meloni, che pure ha sempre sostenuto un’Europa diversa da quella attuale, più rispettosa delle sovranità nazionali e meno soggetta ai diktat progressisti di Strasburgo e Bruxelles.

Il parallelo con Meloni: più convergenze che differenze

L’accostamento tra Magyar e Meloni, lungi dall’essere una provocazione, trova riscontro nell’analisi del posizionamento politico concreto dei due leader. Entrambi si collocano in una destra conservatrice moderna che rigetta l’ideologia woke, contrasta l’immigrazione irregolare, sostiene la NATO e gli Stati Uniti come garanti della sicurezza europea, guarda all’Unione Europea come a un progetto da riformare piuttosto che da abbandonare, e pone al centro della propria agenda valori cristiani e identità nazionale. Le differenze riguardano principalmente lo stile e alcune specificità di politica interna: Magyar è ossessionato dalla lotta alla corruzione, che in Ungheria ha assunto dimensioni sistemiche, mentre Meloni ha dovuto confrontarsi con sfide diverse in un contesto istituzionale profondamente diverso da quello magiaro.

Non è un caso che la stessa Meloni, pur avendo sostenuto Orbán durante la campagna elettorale con un video-appoggio che le ha attirato critiche trasversali, si sia congratulata con Magyar a risultati acquisiti, riconoscendo la “vittoria chiara” e affermando che “Italia e Ungheria sono nazioni legate da un profondo legame di amicizia” e che si continuerà “a collaborare con spirito costruttivo”. Un passaggio di consegne diplomaticamente gestito, che lascia intravedere la possibilità di rapporti costruttivi tra Roma e Budapest anche nella nuova stagione politica ungherese.

Il rischio della narrazione distorta

L’entusiasmo acritico con cui buona parte del centrosinistra italiano e europeo ha accolto la vittoria di Magyar rischia dunque di produrre una narrazione distorta, destinata a scontrarsi presto con la realtà dei fatti. Magyar non porterà l’Ungheria verso le posizioni del Partito Socialista Europeo o dei Verdi; non aprirà le frontiere, non abbraccerà le politiche di genere promosse dalla Commissione, non si trasformerà nel campione del progressismo che Schlein e Renzi sembrano aver intravisto nella sua figura. Il cambiamento che Magyar porta con sé è reale e potenzialmente profondo, ma si colloca all’interno di un orizzonte conservatore: più legalità, più trasparenza, più Europa istituzionale, ma la stessa società ungherese, con i suoi valori, la sua identità e il suo rifiuto delle mode ideologiche importate dall’Occidente progressista.

Lo ha riassunto con efficace sintesi un’analisi pubblicata nei giorni successivi al voto: “La nostra sensazione è che Magyar darà non pochi dispiaceri a chi oggi è in giubilo e finirà per deludere gli eurolirici”. Un avvertimento che il centrosinistra italiano farebbe bene a tenere a mente, prima che l’effimera euforia del 12 aprile lasci il posto ai conti con una realtà politica molto più complessa e sfumata di quanto i tweet di domenica sera abbiano lasciato intendere. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!