L’impronta 33 torna al centro della nuova inchiesta sul delitto di Chiara Poggi e segna una frattura netta tra le valutazioni degli esperti. Secondo quanto riportato da la Repubblica per i consulenti del Ris incaricati dalla Procura di Pavia, quella traccia rappresenterebbe un elemento chiave per collegare Andrea Sempio alla scena del crimine, ribaltando le conclusioni sostenute per anni dall’ex generale Luciano Garofano. Un cambio di prospettiva radicale che riapre uno dei casi più controversi della cronaca giudiziaria italiana.
L’orma, rinvenuta sul muro della villetta di via Pascoli, viene oggi interpretata dagli investigatori come una traccia organica compatibile con la presenza dell’indagato. Una lettura diametralmente opposta a quella fornita da Garofano, già comandante del Ris e consulente della difesa di Sempio, che in una relazione firmata nel 2025 insieme al dattiloscopista Luigi Bisogno aveva sostenuto si trattasse di “una manifestazione fisiologica di contatto per accumulo di sudore”. Nello stesso documento, i consulenti della difesa avevano inoltre contestato il lavoro dei tecnici della Procura, accusandoli di aver confuso “interferenze murarie” con “minuzie”, arrivando a individuarne quindici ritenute coincidenti con l’impronta attribuita a Sempio.
Una ricostruzione che viene ora respinta con fermezza dagli esperti del Ris. Sette alti ufficiali, tra cui il colonnello Matteo Donghi e il dattiloscopista Nicola Caprioli, hanno sottoscritto un approfondimento tecnico che rafforza l’impianto accusatorio. I consulenti della Procura, il colonnello Gianpaolo Iuliano e lo stesso Caprioli, definiscono l’analisi di Garofano “palesemente errata, priva di ogni fondamento logico”, aggiungendo che essa “denota una totale mancanza di spirito critico” ed è stata condotta con una metodologia “del tutto insensata” e basata su criteri “anacronistico”. Parole che segnano uno scontro tecnico durissimo tra esperti dello stesso ambito.
Secondo la nuova valutazione, l’impronta 33 sarebbe un’orma lasciata da materiale organico umido. Gli specialisti spiegano che “vi sono elementi a supporto dell’ipotesi che i contatti all’origine dell’impronta abbiano depositato materiale liquido, che ha successivamente reagito con ninidrina”, il reagente chimico che rese visibile la traccia durante i rilievi. Una conclusione che rafforza l’ipotesi investigativa e attribuisce un peso probatorio significativo alla presenza dell’impronta.
A confermare la rilevanza della traccia è anche la testimonianza di Aldo Mattei, all’epoca comandante della sezione impronte del Ris di Parma, che partecipò ai sopralluoghi nel 2007. Sentito dagli inquirenti, ha ricordato: “Si vedeva che era una mano destra e ‘faceva senso'”, precisando: “Dico ‘faceva senso’ perché era evidente che si trattasse di una mano che si era appoggiata su quella parete che per noi aveva particolare importanza, dato che era il luogo dove era stato rinvenuto il cadavere”. Alla domanda sull’intensità della reazione alla ninidrina, Mattei ha risposto indicando diverse possibili sostanze: “Numerosi elementi che contengono amminoacidi, quindi sudore, bianco d’uovo, sangue, sangue lavato”.
La nuova analisi tecnica, coordinata dai pm Fabio Napoleone e Stefano Civardi, rappresenta dunque un passaggio cruciale nell’inchiesta, consolidando la lettura accusatoria e mettendo in discussione le conclusioni che per anni avevano escluso un collegamento diretto tra Sempio e la scena del delitto.
fonte: la Repubblica Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
