L’idea che l’Italia dovrebbe tornare a comprare gas dalla Russia perché sarebbe automaticamente più economico per famiglie e imprese non regge alla prova dei numeri e, soprattutto, del funzionamento reale del mercato europeo. Il punto da cui partire è semplice: in Europa il prezzo di riferimento del gas non coincide con il costo di estrazione del Paese produttore, ma con il valore che il combustibile assume una volta arrivato nel mercato continentale, dove il benchmark resta il TTF olandese, il principale hub europeo per la formazione dei prezzi. Anche ACER, l’autorità europea di regolazione dell’energia, conferma che il TTF continua a essere il riferimento dominante per il gas in Europa e un indice centrale anche per gran parte delle transazioni spot di GNL.
È qui che cade il primo equivoco della narrazione sul “gas russo più conveniente”. È vero che il gas americano, quando arriva in Europa sotto forma di GNL, incorpora costi aggiuntivi: liquefazione, trasporto marittimo e rigassificazione. Ma questo non basta a dimostrare che il prodotto finale sia meno competitivo del gas russo. I dati più recenti mostrano che l’Henry Hub statunitense, il riferimento del gas Usa, a maggio 2026 viaggiava attorno a 3,07 dollari per MMBtu, un livello molto basso in termini internazionali; nello stesso momento il benchmark europeo TTF si muoveva nell’area di 45 euro per MWh. In altre parole, il gas americano parte da una base molto più bassa rispetto al prezzo che poi domina il mercato europeo.
Questo significa che il differenziale non si gioca tanto sul costo industriale assoluto del metano russo o statunitense, ma sul fatto che, una volta immesso nella rete europea, il gas viene valorizzato al prezzo espresso dal mercato continentale. È esattamente il meccanismo richiamato da Claudio Descalzi, che nell’ottobre 2025 ha definito “uno statement sbagliato” l’affermazione secondo cui il gas russo costasse meno: secondo l’amministratore delegato di Eni, quel gas “costava meno ai russi”, non necessariamente ai compratori europei, perché il valore finale veniva assorbito dal TTF. La differenza, in sostanza, finiva soprattutto nei margini del venditore.
La stessa osservazione di Descalzi diventa ancora più rilevante quando si guardano i vecchi contratti di lungo periodo con Mosca. Per anni una parte rilevante delle forniture russe è stata regolata da accordi con clausole take-or-pay, cioè obblighi a pagare un certo volume minimo anche senza ritirarlo integralmente. Inoltre quei contratti erano spesso indicizzati al petrolio, o comunque a formule poco allineate all’andamento immediato del mercato spot europeo. Bruegel e altre analisi specialistiche ricordano che proprio queste clausole potevano trasformarsi in un costo pesante per gli importatori europei, costretti a comprare o a pagare anche quando le condizioni di mercato erano cambiate. Non a caso lo stesso Descalzi ha ricordato che Eni in passato ha perso denaro comprando gas russo a prezzi contrattuali superiori a quelli che avrebbe poi potuto spuntare sul mercato.
La questione, quindi, non è negare che il gas via tubo possa avere, in astratto, costi logistici inferiori rispetto al GNL trasportato per nave. Questo aspetto è reale, ma non basta da solo a concludere che il gas russo sia “più conveniente” per l’Italia di oggi. In un mercato integrato e fortemente finanziarizzato come quello europeo, il prezzo finale dipende dall’equilibrio tra domanda e offerta, dallo stato degli stoccaggi, dalle tensioni geopolitiche, dalla concorrenza con l’Asia sul GNL e dalle aspettative degli operatori. Lo dimostrano anche le oscillazioni di queste settimane, con il TTF mosso da fattori geopolitici globali come la sicurezza dei flussi marittimi e la disponibilità di LNG.
Per questo la tesi politica secondo cui riaprire i rubinetti russi farebbe scendere automaticamente le bollette appare, allo stato dei fatti, una semplificazione fuorviante. Può esistere, in determinati momenti, una convenienza relativa di una specifica fonte rispetto a un’altra, ma non c’è alcuna legge economica che trasformi il gas russo nel metano “naturalmente” più economico per cittadini e imprese europee. Il prezzo pagato in Italia non dipende dalla bandiera del produttore, bensì dal punto in cui quel gas viene venduto e dal meccanismo di prezzo che domina il mercato unico europeo. Ed è proprio questo il nodo che il dibattito pubblico continua troppo spesso a rimuovere. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
