Il rapporto tra immigrazione e sostenibilità del sistema previdenziale torna al centro del confronto pubblico, alimentato dai dati più recenti dell’Osservatorio Inps sugli stranieri. Secondo quanto riportato in un articolo de La Verità, firmato da Maurizio Belpietro, emerge un quadro che contraddice una delle narrazioni più diffuse negli ultimi anni: quella secondo cui l’apporto dei lavoratori immigrati sarebbe destinato a sostenere, nel tempo, le pensioni degli italiani.
I numeri del 2024 fotografano una realtà più complessa. Da un lato, circa quattro milioni di lavoratori stranieri risultano iscritti all’Inps e contribuiscono al sistema previdenziale. Dall’altro, però, cresce in maniera significativa il numero di beneficiari di prestazioni: 252.000 percettori di sostegni al reddito e 378.000 pensionati, con un incremento del 18,5% rispetto all’anno precedente. Un aumento che, letto insieme alla qualità delle prestazioni erogate, apre interrogativi sulla tenuta futura del sistema.
Nel dettaglio, oltre la metà dei pensionati stranieri percepisce assegni di natura assistenziale, con importi medi annui che superano di poco i 7.000 euro. Si tratta di circa 195.000 persone, in larga parte extracomunitarie. A questi si aggiunge un ulteriore segmento di beneficiari di trattamenti previdenziali – tra pensioni di vecchiaia, invalidità e reversibilità – che, secondo l’analisi riportata, non sempre risultano coperti da una contribuzione pienamente adeguata. Complessivamente, si parla di oltre 300.000 posizioni in cui il legame tra versamenti effettuati e prestazioni ricevute appare debole o parziale.
Il nodo centrale riguarda però il livello dei redditi. Tra i lavoratori stranieri dipendenti nel settore privato, il reddito medio annuo si attesta poco sopra i 16.000 euro. Una cifra che implica versamenti contributivi limitati e che, nel lungo periodo, potrebbe tradursi in pensioni insufficienti, rendendo necessario il ricorso a integrazioni pubbliche. In altre parole, una parte significativa di questi lavoratori rischia, una volta uscita dal mercato del lavoro, di diventare a sua volta beneficiaria di misure assistenziali.
Il tema si intreccia con quello, più ampio, della povertà. I dati Istat evidenziano come l’incidenza della povertà assoluta sia significativamente più elevata tra le famiglie straniere rispetto a quelle italiane, arrivando a coinvolgere circa il 35% dei nuclei con figli. Una condizione che limita ulteriormente la capacità contributiva e rafforza la dipendenza da strumenti di sostegno pubblico.
Nel ragionamento proposto nell’articolo de La Verità, si sottolinea come il sistema complessivo – tra pensioni, sanità e servizi sociali – sia sostenuto in larga misura dalla fiscalità generale. E, di conseguenza, da quella parte di contribuenti che dispone di redditi sufficienti per versare imposte in modo continuativo. In questo contesto, il contributo netto dell’immigrazione al bilancio pubblico diventa oggetto di valutazioni divergenti, tra chi ne sottolinea il ruolo nel mercato del lavoro e chi, al contrario, evidenzia le criticità legate ai bassi salari e all’accesso crescente alle prestazioni.
Il quadro che emerge non è univoco, ma segnala una trasformazione strutturale: l’equilibrio tra contributi versati e prestazioni erogate si fa sempre più fragile, e il ruolo dell’immigrazione in questo meccanismo appare meno risolutivo di quanto prospettato in passato. Un tema destinato a restare centrale nel dibattito politico ed economico dei prossimi anni, soprattutto alla luce dell’invecchiamento della popolazione e delle tensioni sui conti pubblici. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
