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Manovra, innalzamento del tetto ai contanti a 10mila euro: cosa dice davvero l’Europa

Il governo valuta l’innalzamento del tetto al contante a 10mila euro nella Manovra 2026, con l’introduzione di una tassa da 500 euro. Smentita la tesi della Lega: il regolamento UE fissa un massimale.

Il dibattito sulla circolazione della valuta fisica torna a occupare il centro della scena politica italiana, inserendosi con prepotenza nelle discussioni per la stesura della Legge di Bilancio 2026. Al centro della contesa vi è l’emendamento presentato da Fratelli d’Italia, e sostenuto con vigore dagli alleati della Lega, che prevede l’innalzamento della soglia per i pagamenti in contanti dagli attuali 5.000 euro fino a 10.000 euro. La misura, tuttavia, si accompagna a una clausola fiscale inedita che ha già sollevato perplessità tra le opposizioni e gli addetti ai lavori: l’introduzione di un’imposta speciale di bollo pari a 500 euro per le transazioni comprese nella fascia tra i 5.001 e i 10.000 euro. Mentre l’Esecutivo Meloni cerca di legittimare questa mossa invocando una presunta necessità di adeguamento agli standard comunitari, l’analisi tecnica dei regolamenti europei rivela una discrepanza sostanziale tra la narrazione politica e la realtà normativa di Bruxelles.

La controversia ha assunto toni accesi in seguito alle dichiarazioni di Armando Siri, responsabile dei Dipartimenti della Lega ed esponente di spicco del Carroccio, il quale ha definito l’innalzamento della soglia come un atto «doveroso», sostenendo che il livello dei 10.000 euro rappresenti un parametro deciso insindacabilmente dall’Europa. Secondo questa interpretazione, l’Italia non starebbe facendo altro che allinearsi a un diktat continentale, ponendo fine a un’anomalia nazionale che penalizzerebbe i consumi e la libertà di spesa dei cittadini. Tuttavia, un esame approfondito del Regolamento UE 2024/1624, che costituisce il nuovo quadro di riferimento per le politiche antiriciclaggio (AML) dell’Unione, smentisce categoricamente l’idea che Bruxelles imponga agli Stati membri di adottare tale cifra come soglia minima o obbligatoria.

Il testo approvato dalle istituzioni europee, che entrerà in piena applicazione nel luglio 2027 ma che funge già da bussola orientativa per i legislatori nazionali, stabilisce infatti un principio diametralmente opposto a quello evocato da Siri. L’Unione Europea ha fissato il limite dei 10.000 euro esclusivamente come «tetto massimo» invalicabile per le transazioni in contanti all’interno del Mercato Unico, vietando di fatto operazioni cash di importo superiore. La normativa, lungi dall’obbligare i governi a permettere scambi fino a tale cifra, sancisce esplicitamente la facoltà per i singoli Stati membri di mantenere o introdurre limiti inferiori, qualora lo ritengano necessario per ragioni di ordine pubblico o per combattere l’evasione fiscale. Ne consegue che l’attuale soglia italiana di 5.000 euro è già perfettamente conforme al diritto comunitario e non necessita di alcun aggiustamento al rialzo per soddisfare i requisiti di Bruxelles.

La scelta di portare il limite a 10.000 euro appare dunque come una decisione di natura prettamente politica, discrezionale e interna alla maggioranza di governo, piuttosto che un atto di trasposizione normativa vincolata. La strategia comunicativa della Lega sembra mirare a scaricare sull’Europa la responsabilità di una misura che storicamente divide l’opinione pubblica e gli esperti economici. Se da un lato le associazioni di categoria dei commercianti e parte del centrodestra vedono nell’uso del contante un volano per i consumi e una tutela della privacy finanziaria, dall’altro la Banca d’Italia, la Corte dei Conti e l’Ufficio Parlamentare di Bilancio hanno più volte evidenziato la correlazione esistente tra l’elevata circolazione di cartamoneta e i fenomeni di economia sommersa e riciclaggio di denaro sporco.

Un elemento di particolare novità tecnica, che distingue l’attuale proposta dalle precedenti oscillazioni legislative, è l’introduzione della cosiddetta tassa sul contante. L’emendamento segnalato a Palazzo Chigi prevede che chiunque intenda effettuare pagamenti cash superiori ai 5.000 euro debba versare un’imposta fissa di 500 euro. Questo meccanismo crea una sorta di zona franca a pagamento: l’utilizzo del contante tra i 5.000 e i 10.000 euro viene legittimato, ma subordinato a un onere economico che ne disincentiva, nei fatti, l’convenienza per la fascia più bassa dello scaglione. Ad esempio, su una transazione di 5.500 euro, il bollo inciderebbe per quasi il 10% del valore, rendendo l’operazione antieconomica rispetto all’uso di strumenti tracciabili, mentre su importi vicini ai 10.000 euro l’incidenza percentuale si dimezzerebbe. I critici osservano che tale sistema potrebbe finire per legittimare operazioni opache, trasformando il diritto all’uso del contante in un servizio di lusso accessibile previo pagamento di un ticket statale.

Il contesto storico italiano dimostra come la soglia del contante sia stata utilizzata negli ultimi quindici anni come una leva politica variabile, priva di una visione strutturale di lungo periodo. Si è passati dai 1.000 euro imposti dal governo Monti nel 2011, in piena crisi dello spread e con l’obiettivo di contrastare ferocemente l’evasione, ai 3.000 euro del governo Renzi nel 2016, per poi scendere nuovamente a 2.000 euro durante l’era Conte II. L’esecutivo Meloni, appena insediato, aveva già provveduto a innalzare l’asticella a 5.000 euro a partire dal primo gennaio 2023, mantenendo una promessa elettorale cara al proprio elettorato. Oggi, il tentativo di raddoppiare ulteriormente la posta si scontra però con la necessità di fare cassa e con le pressioni di una parte delle istituzioni finanziarie che guardano con sospetto a un’ulteriore deregolamentazione.

Sul fronte europeo, la ratio del Regolamento antiriciclaggio che fissa il tetto massimo a 10.000 euro risponde all’esigenza di armonizzare un quadro frammentato, dove paesi come la Germania e l’Austria sono storicamente riluttanti a porre limiti all’uso del contante, mentre nazioni come la Francia e la Grecia adottano soglie molto più severe, rispettivamente di 1.000 e 500 euro. L’obiettivo di Bruxelles non è imporre una liberalizzazione indiscriminata, bensì chiudere le maglie del sistema finanziario per impedire che i proventi di attività criminali possano essere facilmente reimmessi nell’economia legale attraverso acquisti di beni di lusso o immobili. L’istituzione della nuova Autorità Antiriciclaggio (AMLA), che avrà sede a Francoforte, conferma la volontà dell’Unione di stringere i controlli piuttosto che allentarli.

In conclusione, la narrazione secondo cui «ce lo chiede l’Europa» appare, in questo specifico frangente, priva di fondamento giuridico. La Commissione Europea e il Consiglio hanno lavorato per stabilire un limite oltre il quale nessun Paese può andare, lasciando intatta la sovranità nazionale nel decidere soglie più prudenti. La mossa del governo italiano, se approvata, porterebbe l’Italia a collocarsi nella fascia alta dei paesi europei per permissività nell’uso del contante, una scelta legittima dal punto di vista politico ma che non può essere giustificata come un atto di obbedienza istituzionale verso Bruxelles. Resta da valutare se l’introduzione del bollo da 500 euro riuscirà a bilanciare le critiche relative al rischio di riciclaggio o se verrà percepita come l’ennesimo compromesso al ribasso in una manovra finanziaria complessa e politicamente delicata. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!