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Tassa di 2 euro sui pacchi sotto i 150 euro per merci extra-UE, ecco di cosa si tratta

La Legge di Bilancio 2026 introduce un contributo di 2 euro sui pacchi sotto i 150 euro per contrastare l’e-commerce extra-UE sleale. Confetra avverte sui rischi logistici e sulla possibile estensione all’export per evitare sanzioni UE.

La stagione del commercio elettronico deregolamentato, caratterizzata dal flusso ininterrotto di plichi di modico valore provenienti dai grandi hub asiatici, si avvia verso una brusca ridiscussione normativa. All’interno delle pieghe della Legge di Bilancio 2026, attualmente in fase di definizione finale, ha trovato spazio una misura destinata a modificare radicalmente le abitudini di acquisto di milioni di consumatori italiani: l’introduzione di un “contributo” fisso di 2 euro applicato alle spedizioni di valore dichiarato inferiore ai 150 euro. Una mossa che, nelle intenzioni dell’Esecutivo e del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, mira a generare un gettito erariale stimato in 112 milioni di euro per il primo anno di applicazione, cifra destinata a salire a 245 milioni a regime dal 2027.

Il perimetro della norma e il nodo giuridico europeo La genesi del provvedimento è complessa e rivela le difficoltà tecniche di legiferare in una materia, quella doganale, che è di competenza esclusiva dell’Unione Europea. L’obiettivo politico dichiarato è il contrasto al cosiddetto “commercio parallelo” e alla concorrenza considerata sleale delle grandi piattaforme di ultra-fast fashion e marketplace generalisti extra-UE, divenuti celebri per la capacità di inondare i mercati occidentali con prodotti a prezzi irrisori, spesso frazionati in singole spedizioni per aggirare i dazi. Tuttavia, l’architettura giuridica della tassa ha subito, nelle ultime ore di dibattito parlamentare, una mutazione sostanziale per evitare la censura di Bruxelles. Se inizialmente il focus era ristretto alle sole importazioni extra-comunitarie, l’impossibilità per un singolo Stato membro di imporre autonomamente dazi ha costretto i legislatori a ripensare il balzello come un “contributo per le spese amministrative doganali” o di gestione logistica. Secondo le ultime bozze e le indiscrezioni filtrate dagli ambienti ministeriali e riportate dalle principali testate economiche, per evitare la procedura d’infrazione e l’accusa di protezionismo illegittimo, il contributo potrebbe dover essere esteso in via teorica a un raggio d’azione ben più vasto, rischiando paradossalmente di coinvolgere anche i flussi in uscita o le movimentazioni interne, trasformandosi di fatto in una tassa sulla logistica minuta.

La fine della franchigia e lo scenario internazionale La misura italiana non nasce nel vuoto, ma anticipa una tendenza che sta attraversando l’intero continente. L’attuale normativa europea prevede una franchigia che esenta dai dazi doganali le spedizioni con valore inferiore ai 150 euro, una soglia che è stata sfruttata massicciamente dai player globali per spedire direttamente al consumatore finale senza oneri aggiuntivi. I dati sono eloquenti: si stima che ogni giorno entrino nel territorio dell’Unione circa 12 milioni di piccoli pacchi, un volume che ha mandato in saturazione i sistemi di controllo doganale e reso quasi impossibile la verifica della conformità dei prodotti agli standard di sicurezza europei. L’Ecofin ha già tracciato la rotta per l’abolizione di questa franchigia, prevista inizialmente per il 2028, ma l’Italia, insieme ad altri partner come la Francia, ha scelto di forzare i tempi introducendo meccanismi di prelievo nazionali immediati. La logica è duplice: da un lato recuperare risorse per il bilancio statale, dall’altro tentare di livellare il campo da gioco per i commercianti e i produttori europei, gravati da costi fiscali e normativi che i competitor d’Oltreoceano spesso eludono.

L’allarme della logistica e delle associazioni di categoria La reazione del comparto logistico non si è fatta attendere ed è stata di segno nettamente critico. Associazioni come Confetra hanno espresso profonda preoccupazione per l’operatività della misura. Il presidente Carlo De Ruvo ha evidenziato come l’imposizione di un balzello fisso su milioni di micro-transazioni rischi di creare un collo di bottiglia burocratico insostenibile per gli operatori della spedizione e per le dogane stesse. Il timore è che il costo amministrativo necessario per riscuotere i due euro possa, in alcuni casi, avvicinarsi o addirittura superare il gettito stesso, senza contare il rallentamento dei flussi nei centri di smistamento. Inoltre, l’estensione “tecnica” della norma alle spedizioni in export, ipotizzata per aggirare i divieti UE sui dazi, rappresenterebbe un autogol clamoroso per il Made in Italy: le piccole e medie imprese italiane che vendono all’estero prodotti di artigianato o moda di fascia media si troverebbero a dover ricaricare sui propri clienti internazionali un costo improprio, perdendo competitività proprio mentre si cerca di tutelarle.

Impatto sui consumatori e prospettive di mercato Per il consumatore finale, l’aritmetica è semplice ma l’impatto psicologico potrebbe essere rilevante. Su un acquisto di 10 euro, un sovrapprezzo di 2 euro rappresenta un rincaro del 20%, una percentuale capace di disincentivare l’acquisto d’impulso su cui si fondano le strategie di marketing delle piattaforme low-cost. Resta da capire se i grandi marketplace decideranno di assorbire questo costo, erodendo i propri margini per mantenere le quote di mercato, o se lo trasferiranno interamente sull’acquirente, rendendo evidente la voce di spesa al momento del checkout. In un contesto di inflazione ancora percepita, l’aggravio potrebbe spingere una parte dell’utenza a tornare verso canali di acquisto più tradizionali o verso piattaforme con magazzini già sdoganati in Europa, realizzando così, almeno parzialmente, l’obiettivo di politica industriale del governo. Tuttavia, gli esperti del settore avvertono: senza un coordinamento doganale europeo ferreo, il rischio di triangolazioni rimane alto. Le merci potrebbero semplicemente entrare nell’Unione attraverso porti e aeroporti di Paesi membri con maglie più larghe o tassazioni assenti, per poi viaggiare liberamente verso l’Italia in virtù del mercato unico, vanificando il gettito e lasciando intatta la concorrenza estera.

La “tassa sui pacchi” si configura dunque come un banco di prova cruciale per la politica economica nazionale: un tentativo di regolamentare la globalizzazione digitale che dovrà dimostrare di poter funzionare senza inceppare la complessa macchina della logistica che, oggi più che mai, rappresenta il sistema circolatorio dell’economia reale. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!