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I Re Magi, la Befana e gli Antichi Romani: Cos’è l’Epifania tra religione e tradizione

L’articolo analizza le radici teologiche dell’Epifania come manifestazione divina e le sue intersezioni con il folklore italiano della Befana, erede di antichi riti agrari e propiziatori di inizio anno.

La celebrazione dell’Epifania, che chiude il ciclo delle festività natalizie il 6 gennaio, rappresenta uno dei momenti liturgici e antropologici più complessi del calendario occidentale, fondendo in un unico evento la solennità teologica della rivelazione divina e la persistenza di antichi riti propiziatori legati al solstizio e al ciclo agrario. Il termine stesso, derivante dal greco epiphàneia, significa “manifestazione” o “apparizione” e, nella tradizione cristiana, non commemora un singolo evento storico, bensì la rivelazione pubblica della divinità di Gesù Cristo al mondo intero, rappresentato simbolicamente dai Magi, figure di sapienti orientali che trascendono i confini del giudaismo per abbracciare l’universalità delle genti.

Sul piano strettamente dottrinale, la liturgia cattolica identifica nell’Epifania tre distinti momenti di manifestazione del divino, noti come tria miracula: l’adorazione dei Magi, il battesimo di Gesù nel Giordano e il primo miracolo alle nozze di Cana. Sebbene la devozione popolare occidentale si sia concentrata prevalentemente sulla visita dei Magi, descritta nel Vangelo di Matteo, il significato teologico profondo risiede nel riconoscimento della natura messianica da parte di culture e religioni esterne a Israele.

I doni presentati dai tre sapienti, oro, incenso e mirra, non sono semplici omaggi regali, ma costituiscono una precisa professione di fede cristologica: l’oro riconosce la regalità di Cristo, l’incenso la sua natura divina e sacerdotale, mentre la mirra, resina utilizzata per la conservazione dei corpi, prefigura la sua umanità mortale e il sacrificio della Passione. Questa complessità simbolica differenzia nettamente l’Epifania dal Natale, spostando l’attenzione dall’intimità dell’Incarnazione alla dimensione pubblica e universale della Salvezza.

Parallelamente alla dimensione sacra, la data del 6 gennaio ha catalizzato nei secoli una serie di tradizioni folcloriche che affondano le loro radici in un passato pre-cristiano, specificamente nei culti agrari romani e nelle celebrazioni solstiziali che segnavano il passaggio dal vecchio al nuovo anno. La figura della Befana, tipica del folklore italiano, rappresenta l’esempio più evidente di questo sincretismo culturale, incarnando la sovrapposizione tra la figura cristiana e le antiche divinità preposte alla fertilità e all’abbondanza. L’etimologia stessa del nome “Befana” è una corruzione lessicale del termine greco “Epifania”, trasformatosi nei secoli attraverso varianti dialettali come Bifania e Beffania, fino a personificarsi in una figura femminile anziana. Gli studiosi di antropologia culturale collegano questa figura alla dea romana Strenia, celebrata all’inizio dell’anno con lo scambio di doni augurali noti come strenae (da cui il termine moderno strenna), e alle divinità invernali come la dea sabina Carna o la stessa Diana, che secondo le credenze popolari guidavano processioni notturne sui campi per propiziarne la fertilità.

Nell’immaginario collettivo, l’aspetto senile della Befana assume un valore simbolico preciso: la vecchiaia rappresenta l’anno trascorso, ormai giunto al termine, che deve essere bruciato o eliminato per lasciare spazio alla rinascita della natura. Non è casuale che in molte regioni dell’Italia settentrionale, specialmente nel Veneto, in Friuli e in Lombardia, la vigilia dell’Epifania sia caratterizzata dall’accensione di grandi falò, noti come “Panevin”, “Pignarûl”, “Casera” o “Rogo della Vecchia”.

In questi riti ignei, un fantoccio dalle sembianze di vecchia viene dato alle fiamme, un atto catartico che simboleggia la distruzione delle negatività dell’anno passato e la purificazione del terreno in vista della semina primaverile. La direzione del fumo e delle faville viene ancora oggi interpretata, secondo antiche pratiche divinatorie contadine, per trarre auspici sull’andamento dei raccolti futuri: se il fumo vira verso sud o ovest, si prevede un’annata prospera, mentre direzioni opposte suggeriscono scarsità.

Sul piano narrativo, la tradizione cristiana ha cercato di assimilare la figura pagana della Befana inserendola nel racconto evangelico dei Magi attraverso una leggenda sorta nel XII secolo. Secondo tale narrazione, i tre Re, diretti a Betlemme, si fermarono a chiedere indicazioni a un’anziana donna, invitandola a unirsi a loro nel viaggio verso il Salvatore. Il rifiuto iniziale della donna, motivato dalle faccende domestiche, e il suo successivo, tardivo pentimento, la condannano a vagare in eterno, bussando a ogni porta e lasciando doni ai bambini nella speranza di trovare Gesù Bambino.

Questa leggenda offre una spiegazione moraleggiante che giustifica la distribuzione dei doni, collegando il gesto del dono non più alla propiziazione agraria ma alla carità cristiana. Anche il contenuto della calza ha subito un’evoluzione semantica: i frutti secchi, le noci e il carbone (originariamente simbolo del fuoco eterno e della fertilità della terra nera) sono stati reinterpretati in chiave pedagogica come premi o punizioni per la condotta morale tenuta durante l’anno.

Oltre ai riti domestici e rurali, l’Epifania in Italia è segnata da imponenti rievocazioni storiche che testimoniano l’importanza politica e sociale assunta dalla festività nel corso dei secoli. La Cavalcata dei Magi a Firenze, ad esempio, non è una semplice parata folcloristica, ma la riproposizione di una tradizione medicea del XV secolo, quando la potente famiglia fiorentina organizzava fastosi cortei per affermare il proprio prestigio e la propria devozione, identificandosi spesso con i Magi stessi negli affreschi commissionati agli artisti dell’epoca, come Benozzo Gozzoli. Questa manifestazione, ripristinata in epoca moderna, vede centinaia di figuranti in abiti rinascimentali attraversare il centro storico, collegando la fede religiosa alla memoria civica e all’identità culturale della città.

Dal punto di vista gastronomico, la festività dell’Epifania conserva tracce delle sue origini rurali attraverso preparazioni specifiche che variano da regione a regione, spesso caratterizzate da un forte valore simbolico. In Piemonte si prepara la “Fugassa d’la Befana”, un dolce lievitato al cui interno vengono nascoste una fava bianca e una nera: chi trova la fava bianca deve pagare la focaccia, mentre chi trova quella nera paga il vino, in un gioco di sorte che ricorda le elezioni del Rex Convivii durante i Saturnali romani. In Toscana sono diffusi i “Befanini”, biscotti di pasta frolla aromatizzati al rum o all’anice, mentre nel resto della penisola la tradizione dolciaria si è standardizzata attorno al carbone dolce, simulacro commestibile di quel residuo della combustione che anticamente veniva conservato come amuleto protettivo.

L’Epifania si configura come una festività di soglia, un momento di transizione che chiude il tempo sacro del Natale e apre il tempo ordinario e lavorativo dell’anno nuovo. La compresenza di elementi liturgici solenni, come la benedizione dell’acqua e l’annuncio della Pasqua che avvengono nelle cattedrali, e di pratiche popolari come il rogo della vecchia o la calza della Befana, non deve essere letta come una contraddizione, bensì come la testimonianza della capacità del Cristianesimo di inculturare e risemantizzare i cicli naturali e le paure ancestrali dell’uomo legate al buio e all’inverno, trasformandoli in un messaggio di luce e di rivelazione universale. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!