Il tramezzino compie cent’anni in questo 2026, un anniversario carico di significato per uno dei simboli più autentici della gastronomia italiana. A celebrare il centenario è la città di Torino, dove nel 1926, all’interno del piccolo e elegante Caffè Mulassano di Piazza Castello, nacque ufficialmente questo panino che avrebbe segnato la storia della cucina italiana e oltre. Una targa di ottone, discreta e in perfetto understatement subalpino, ancora oggi informa i visitatori: “Nel 1926 la signora Angela Demichelis Nebiolo inventò il tramezzino”.
La storia del tramezzino è innanzitutto una storia di emigrazione, ritorno e genio imprenditoriale. Angela Demichelis, nata a Torino agli inizi del Novecento, partì giovanissima verso gli Stati Uniti in cerca di fortuna, come facevano tanti piemontesi di quel periodo. In America, a Detroit, incontrò Onorino Nebiolo, uomo più avanti negli anni che, insieme ai fratelli e ai cognati, gestiva ristoranti e locali notturni in uno dei centri nevralgici della vita notturna nordamericana. Negli ambienti della Detroit degli anni Venti, Angela scoprì il mondo moderno dell’industria, prese la patente quando le donne che la prendevano erano un’eccezione, e imparò a muoversi in un contesto urbano frenetico e cosmopolita. Ma la nostalgia della città natale non l’abbandonò mai.
Negli Stati Uniti, Angela e Onorino avevano accumulato capitali significativi attraverso i loro affari nel settore della ristorazione. Quando alla fine degli anni Venti decisero di tornare a Torino, portavano con sé non solo denaro, ma anche esperienze e visioni nuove del mestiere alberghiero. Scoperta che a Torino il locale di Amilcare Mulassano, titolare della celebre Distilleria Sacco famosa per lo sciroppo di menta, era in vendita, i Nebiolo acquistarono l’attività nel 1925 con i risparmi accumulati negli anni americani. Da Detroit trasportarono anche una macchina per tostare il pancarré, una tecnologia allora molto moderna per Torino.
L’intuizione geniale non era semplicemente quella di importare il sandwich inglese in Italia. Angela Demichelis Nebiolo comprese che il prodotto andava trasformato, riadattato al gusto e alle abitudini italiane, soprattutto al rituale dell’aperitivo che caratterizzava la vita torinese dell’epoca. Mentre inizialmente, accanto ai toast tostati, cominciò a proporre paninetti su pane pancarré, Angela ebbe il lampo di genio: utilizziare lo stesso pane morbidissimo dei toast, ma senza tostarlo, eliminando la sottile crosta esterna, creando così dei paninetti eleganti, leggeri, facili da consumare. Il ripieno iniziale, secondo le ricerche storiche, era prevalentemente burro e acciughe, un abbinamento che rimane ancor oggi uno dei classici indiscussi.
Il successo fu immediato e trascinante. Nel contesto culturale torinese degli anni Venti, quando l’automobile di Agnelli stava trasformando il territorio in capitale industriale, quando le Esposizioni internazionali stimolavano la competizione artistica e il design, quando persino la pasticceria si rinnovava con innovazioni come il cremino cubico di Aldo Majani per la Fiat, il tramezzino arrivava al momento giusto. Non era solo cibo: era modernità, praticità, eleganza contenuta, il perfetto equilibrio tra tradizione e innovazione.
Fu dunque in questo fermento che Gabriele D’Annunzio, il grande poeta e figura pubblica che frequentava assiduamente il Caffè Mulassano durante le sue permanenze a Torino, si inserì nella storia del tramezzino. D’Annunzio, grande amante della ricerca linguistica e delle parole italiane, non sopportava il termine inglese “sandwich”. Durante una delle sue visite al locale, probabilmente chiedendo uno di quei golosi paninetti a metà mattina, pronunciò quella che divenne una delle sue più felici invenzioni verbali: “tramezzino”. Il nome non era casuale. Derivava dal termine “tramezzo”, cioè “ciò che sta in mezzo”, alludendo sia alla posizione del paninetto tra colazione e pranzo, sia ai tramezzi di legno che caratterizzavano la casa di D’Annunzio in Abruzzo. Era il 1925, almeno secondo alcuni resoconti, anche se il termine avrebbe avuto la sua consacrazione alcuni anni dopo.
La scelta di D’Annunzio non era estranea al clima culturale dell’epoca. Durante il Ventennio fascista, il regime promuoveva sistematicamente una politica di italianizzazione dei forestierismi linguistici. In questo contesto, la sostituzione di “sandwich” con “tramezzino” trovava una sintonia con le politiche culturali del momento, anche se l’intuizione di D’Annunzio trascendeva la semplice propaganda linguistica per toccare qualcosa di più profondo: l’adattamento culturale di un prodotto straniero che diveniva autentico, italiano, radicato nella tradizione locale.
Il riconoscimento nazionale arrivò nel luglio del 1936, quando la prestigiosa rivista “La Cucina Italiana” pubblicò un lungo articolo dedicato al tramezzino, con suggerimenti di preparazione e di presentazione, consacrando definitivamente la ricetta a livello nazionale. Nel medesimo periodo, il paninetto iniziò a diffondersi anche a Venezia, dove assunse il nome dialettale di “el tramesin”, da cui si propagò nel Veneto e oltre, divenendo un simbolo riconosciuto dell’intero Paese.
La storia del tramezzino è, in senso stretto, una rielaborazione intelligente di un prodotto estero. Non è un’invenzione assoluta; il sandwich inglese, risalente al Settecento e al nome del Conte di Sandwich, precede il tramezzino di quasi due secoli. Eppure, la trasformazione operata da Angela Demichelis Nebiolo e la consacrazione linguistica di Gabriele D’Annunzio costituiscono qualcosa di culturalmente significativo: la capacità di una società di appropriarsi di un’innovazione esterna, trasformarla, adattarla al proprio contesto e alle proprie tradizioni, per renderla propria non semplicemente nella forma, ma nell’identità.
Alcuni storici e critici, come gli esperti della rivista “Gambero Rosso”, hanno sottolineato che il tramezzino rappresenta dunque non una falsa origine, bensì una “metamorfosi riuscita”. Il panino rimane, nella sua essenza biologica, il cugino del sandwich britannico. Ma quando un italiano si siede al banco di un bar durante l’aperitivo e addenta un tramezzino di burro e acciughe, sta partecipando a una storia profondamente italiana, nata un secolo fa in 31 metri quadri di boiseries, specchi e marmi nel cuore di Piazza Castello.
Angela Demichelis Nebiolo, la donna che aveva attraversato l’Oceano a quindici anni, avrebbe continuato a gestire il Caffè Mulassano fino alla fine della sua vita. Morì a Torino nel 2003, alla veneranda età di novantanove anni, vedendo il tramezzino trasformarsi da innovazione locale a simbolo identitario di una nazione. Nel corso dei decenni, dal Mulassano passarono generazioni di torinesi, artisti del vicino Teatro Carignano, musicisti del Teatro Regio, pittori come Luigi Spazzapan, Italo Cremona e Gigi Chessa, il regista Dario Argento. Il tramezzino diventò nel tempo un anticipatore consapevole di ciò che oggi si chiama “food design”: la consapevolezza che il cibo non è solo nutrimento, ma anche forma, estetica, memoria culturale.
Ancora oggi, il Caffè Mulassano rimane un luogo di culto, un piccolo museo vivente della storia gastronomica italiana. Sebbene altri locali storici torinesi come il Baratti, Zucca e Platti abbiano sviluppato nel tempo loro versioni e interpretazioni del tramezzino, è al Mulassano che rimane associata l’origine, la purezza della ricetta originale. Le varianti si sono moltiplicate nel tempo: dai classici burro e acciughe, robiola e noci, al vitello tonnato, ai tramezzini contemporanei con tartufi, aragosta e pani a sapori diversi. Sono nati perfino corsi specializzati per insegnare l’arte della preparazione del tramezzino perfetto, con lezioni sulla corretta técnica di taglio del pancarré e sulle proporzioni ideali di farcitura.
A cent’anni dalla sua nascita, il tramezzino rimane uno dei pochi piatti italiani in grado di raccontare, nella sua semplicità, una storia complessa di migrazione, innovazione, adattamento culturale e genio linguistico. È il prodotto di una donna che ha avuto il coraggio di emigrare, la saggezza di ritornare, l’intuito di trasformare ciò che aveva imparato in qualcosa di nuovo. È il risultato di una parola coniata da uno dei più grandi poeti italiani, consegnata a una ricerca perfezionista di italianità che tuttavia non rinnegava le radici internazionali. Nel prossimo secolo di vita che il tramezzino è chiamato a vivere, continuerà probabilmente a incarnare questo delicato equilibrio tra memoria e innovazione, tra locale e universale, tra semplicità e raffinatezza che ha caratterizzato il suo primo centenario. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
