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La Dieta del Riso Aiuta a Dimagrire davvero Senza Soffrire la Fame? Ecco Come Funziona!

La dieta del riso sfrutta potere saziante e proprietà drenanti per perdere fino a 4 kg in una settimana, ma nutrizionisti avvertono di carenze, perdita muscolare ed effetto yo-yo se protratta oltre 14 giorni.

La dieta del riso torna periodicamente alla ribalta tra i regimi alimentari dimagranti, promettendo una perdita di peso rapida senza patire eccessivamente la fame. Questo approccio nutrizionale, che affonda le radici negli anni ’30 del ‘900, sfrutta il potere saziante del cereale più consumato al mondo e le sue proprietà drenanti per favorire un dimagrimento che può raggiungere i quattro chilogrammi in una settimana. Tuttavia, dietro la promessa di risultati immediati si celano rischi significativi che nutrizionisti ed esperti del settore mettono in guardia di considerare attentamente prima di intraprendere questo percorso.

L’origine della dieta del riso risale al 1939, quando il medico tedesco Walter Kempner, rifugiato dal nazismo alla Duke University negli Stati Uniti, sviluppò questo regime alimentare per trattare pazienti affetti da ipertensione maligna, insufficienza renale e obesità grave. La dieta originale di Kempner consisteva esclusivamente in riso bianco, frutta, zucchero, vitamine e ferro, per un apporto calorico di circa duemila calorie giornaliere con appena venti grammi di proteine e centocinquanta milligrammi di sodio al giorno. Il protocollo richiedeva il ricovero ospedaliero dei pazienti per diverse settimane e, sorprendentemente, ottenne risultati notevoli nella riduzione della pressione arteriosa e nel miglioramento della funzionalità renale. La versione moderna di questa dieta mantiene alcuni principi fondamentali ma si è evoluta in forme più accessibili, sebbene altrettanto restrittive.

Il meccanismo attraverso cui la dieta del riso promette il dimagrimento si basa su tre pilastri fondamentali. Il primo elemento è il potere saziante del riso, particolarmente quello integrale, che contiene carboidrati complessi e fibre alimentari capaci di rallentare lo svuotamento gastrico e fornire una sensazione di pienezza prolungata. Rispetto alla pasta, il riso possiede un potere saziante superiore: mentre una porzione standard di pasta si aggira sui centoventi-centocinquanta grammi, per il riso sono sufficienti ottanta-cento grammi per ottenere lo stesso effetto di sazietà, con un conseguente minor apporto calorico complessivo. Il riso integrale, in particolare, contiene circa tre-cinque grammi di fibra per cento grammi di prodotto, contro i soli zero virgola sei grammi del riso bianco, caratteristica che contribuisce a mantenere stabili i livelli di glucosio nel sangue e a prevenire i picchi glicemici responsabili degli attacchi di fame improvvisi.

Il secondo pilastro è rappresentato dall’effetto drenante e diuretico del riso, dovuto principalmente al suo bassissimo contenuto di sodio. Il riso è infatti quasi completamente privo di sale naturale e possiede invece un elevato contenuto di potassio, caratteristica che favorisce l’eliminazione dei liquidi in eccesso e contribuisce al controllo della pressione arteriosa. Questa proprietà diuretica permette di ridurre visibilmente la ritenzione idrica e il gonfiore addominale già nei primi giorni di dieta, offrendo un risultato estetico immediato che motiva chi intraprende questo regime alimentare. L’effetto drenante è particolarmente marcato quando il riso viene abbinato a verdure con analoghe proprietà, come finocchi, asparagi, carciofi e porri, che sostengono ulteriormente la funzionalità renale e l’eliminazione delle tossine.

Il terzo elemento cruciale è il deficit calorico estremo imposto dalla dieta. La versione contemporanea della dieta del riso si articola generalmente in tre fasi progressive. La fase iniziale, definita di disintossicazione o detox, dura tre giorni e prevede un apporto calorico drasticamente ridotto a ottocento-mille calorie giornaliere. In questa fase si consumano esclusivamente riso, preferibilmente integrale, verdure a basso contenuto di amido come zucchine, spinaci e carote, e frutta, mentre sono completamente escluse proteine e grassi. Un esempio di giornata tipo comprende cinquanta grammi di riso bollito con cannella e una mela a colazione, settanta grammi di riso con verdure al vapore e un’arancia a pranzo, sessanta grammi di riso integrale con verdure e una pera a cena, con la possibilità di spuntini a base di frutta fresca o tisane.

La seconda fase, dedicata alla perdita di peso effettiva, inizia dal quarto giorno e può protrarsi fino a due settimane. L’apporto calorico sale leggermente a mille-milleduecento calorie quotidiane e vengono reintrodotte piccole quantità di proteine magre come pollo, pesce, tofu, albumi e legumi, oltre a un cucchiaio di olio extravergine di oliva al giorno. Verdure crude e cotte possono essere consumate in abbondanza, mentre il sodio rimane limitato al minimo indispensabile. Una giornata tipo in questa fase potrebbe includere cinquanta grammi di riso con una mela e tè verde a colazione, settanta grammi di riso con ottanta grammi di petto di pollo alla piastra e verdure a pranzo, sessanta grammi di riso con cento grammi di pesce magro e insalata mista a cena, con spuntini di frutta o dieci grammi di frutta secca.

La terza fase, quella di mantenimento, mira a stabilizzare il peso raggiunto e reintrodurre gradualmente maggiore varietà alimentare. L’apporto calorico aumenta a milletrecento-millecinquecento calorie giornaliere, vengono introdotti più grassi sani come olio di oliva, avocado e frutta secca, aumenta la quantità di proteine magre e si possono utilizzare piccole quantità di sale e condimenti. Questa fase dovrebbe aiutare a evitare il recupero immediato del peso perso, anche se la letteratura scientifica dimostra che la maggior parte delle persone che seguono diete così restrittive tende comunque a riacquistare i chili eliminati entro il primo anno.

I risultati promessi dalla dieta del riso sono certamente allettanti. Numerose fonti riportano perdite di peso comprese tra tre e cinque chilogrammi in due settimane, con punte di quattro chilogrammi in soli sette giorni o addirittura dieci chilogrammi in un mese. Tuttavia, gli esperti di nutrizione sottolineano che la perdita di peso iniziale è dovuta principalmente all’eliminazione di liquidi e glicogeno muscolare. Il glicogeno, forma di accumulo degli zuccheri nei muscoli e nel fegato, trattiene circa tre grammi di acqua per ogni grammo di glicogeno stesso. Quando l’apporto di carboidrati è drasticamente ridotto nelle fasi iniziali della dieta, le riserve di glicogeno si esauriscono rapidamente portando con sé una notevole quantità di acqua, fenomeno che spiega il calo ponderale rapido ma non necessariamente corrispondente a una effettiva riduzione della massa grassa.

Le controindicazioni e i rischi associati alla dieta del riso costituiscono il cuore delle critiche mosse dalla comunità scientifica. Il primo problema riguarda le carenze nutrizionali che questo regime alimentare inevitabilmente comporta. La dieta risulta fortemente sbilanciata, con un eccesso di carboidrati e apporti insufficienti di proteine e grassi essenziali, soprattutto nelle fasi iniziali. La fase di disintossicazione esclude completamente proteine e grassi, esponendo l’organismo al rischio di carenze di nutrienti fondamentali come calcio, ferro, vitamina D e vitamine del gruppo B. Il riso, pur contenendo circa il sette percento di proteine, non fornisce un profilo amminoacidico completo e necessita di essere abbinato a legumi per garantire tutti gli amminoacidi essenziali. La mancanza di grassi essenziali, necessari per l’assorbimento delle vitamine liposolubili e per l’equilibrio ormonale, rappresenta un ulteriore elemento critico di questo approccio nutrizionale.

Il secondo rischio significativo è rappresentato dalla perdita di massa muscolare. Quando l’apporto calorico scende drasticamente al di sotto del metabolismo basale, l’organismo non attinge energia solamente dalle riserve di grasso ma utilizza anche le proteine muscolari come fonte energetica. Questo processo comporta una riduzione della massa cellulare attiva e un conseguente abbassamento del metabolismo basale, ossia la quantità di energia che il corpo consuma per mantenere le funzioni vitali a riposo. La perdita di massa muscolare non solo compromette la forza fisica e rende più difficili le attività quotidiane, ma crea anche le premesse per il fenomeno dell’effetto yo-yo, rendendo sempre più complicato il mantenimento del peso raggiunto.

L’effetto yo-yo costituisce infatti la terza grande controindicazione evidenziata dagli esperti. Questo fenomeno consiste nell’alternanza ciclica di perdita e recupero di peso, con il rischio concreto di riacquistare tutti i chili persi, spesso con un surplus aggiuntivo. Il meccanismo alla base dell’effetto yo-yo è complesso e coinvolge alterazioni metaboliche e ormonali. Le diete eccessivamente ipocaloriche inducono il corpo a entrare in una modalità di risparmio energetico, abbassando il metabolismo basale per conservare energia. Quando la dieta termina e si ritorna a un’alimentazione normale, il corpo mantiene questo metabolismo ridotto per un certo periodo, favorendo l’accumulo di grasso. Inoltre, la restrizione calorica estrema altera gli ormoni che regolano fame e sazietà: la grelina, ormone della fame, aumenta significativamente, mentre la leptina, ormone della sazietà, diminuisce, creando una spinta biologica irresistibile verso l’assunzione di cibo che rende estremamente difficile il mantenimento dei risultati ottenuti.

Il parere dell’Associazione Nazionale Specialisti in Scienza dell’Alimentazione è inequivocabile rispetto a diete standardizzate che propongono mille calorie per le donne e milletrecento per gli uomini. Secondo gli esperti dell’associazione, questi apporti calorici non garantiscono il fabbisogno energetico di base della maggior parte delle persone. Il metabolismo basale, che rappresenta il sessanta-settanta percento dell’energia spesa quotidianamente per sostenere le funzioni vitali dell’organismo in condizioni di riposo come respirazione, circolazione e attività cerebrale, dipende non solo dal sesso ma anche dall’età, dal peso, dalla composizione corporea, dallo stile di vita e dallo stato di salute. Proporre una dieta così restrittiva senza valutazione personalizzata significa non garantire nemmeno il fabbisogno energetico minimo, con conseguenze potenzialmente gravi.

Una dieta con un apporto energetico così ridotto può effettivamente portare a un rapido calo ponderale, ma crea problemi significativi perché non soddisfa il fabbisogno di macronutrienti e micronutrienti, con il rischio di sviluppare stati carenziali importanti. Inoltre, provoca una significativa riduzione del metabolismo basale, innescando un circolo vizioso che rende progressivamente più difficile perdere peso. L’organismo, costretto a operare con risorse energetiche insufficienti, consuma le riserve più facilmente accessibili, principalmente le proteine muscolari, riducendo la massa cellulare attiva ed entrando in una modalità protettiva di risparmio energetico. Questo spiega perché diventa più semplice riacquistare velocemente il peso perso quando si termina la dieta, vanificando gli sforzi compiuti e minando la motivazione personale.

Gli specialisti sottolineano inoltre il rischio di favorire lo sviluppo di disturbi del comportamento alimentare attraverso regimi dietetici rigidi e restrittivi. La prevenzione di questi disturbi si realizza evitando approcci alimentari che creano visioni polarizzate con cibi considerati buoni o cattivi e che instaurano dinamiche psicologiche di successo o fallimento. Una dieta non dovrebbe essere considerata un prodotto acquistabile al supermercato, ma una prescrizione personalizzata che tiene conto dell’età, dello stato di salute, degli esami ematochimici, della composizione corporea, del tipo di attività fisica svolta, delle condizioni di stress psicofisico e delle motivazioni individuali. L’autoprescrizione e le diete fai da te possono non corrispondere a caratteristiche di sicurezza e sostenibilità necessarie per la salute a lungo termine.

La durata massima raccomandata per la dieta del riso è di due settimane, limite oltre il quale i rischi per la salute superano nettamente i potenziali benefici. Una diminuzione dell’introito calorico per un periodo così limitato può non causare rischi immediati negli assuntori sani, ma prolungare questo regime oltre il tempo consigliato espone a conseguenze serie. È importante distinguere tra un’assunzione ridotta occasionale e la regolarità di un deficit calorico prolungato: se il digiuno per un giorno intero non provoca danni drammatici perché l’organismo utilizza le scorte di glicogeno nel fegato e nei muscoli e le riserve di grasso del tessuto adiposo, una restrizione calorica estrema protratta nel tempo compromette progressivamente lo stato nutrizionale e la salute generale.

Altri aspetti problematici della dieta del riso includono possibili disturbi gastrointestinali come flatulenza dovuta all’elevato consumo di fibre, abbassamento eccessivo della pressione arteriosa in soggetti già ipotesi, costipazione nella fase iniziale per chi non è abituato a un’alimentazione ricca di fibre, e il rischio di esposizione all’arsenico inorganico in caso di consumo eccessivo e prolungato di riso. L’arsenico, metallo pesante che il riso tende ad accumulare dal terreno e dall’acqua durante la crescita, rappresenta un fattore di rischio per malattie cardiovascolari, diabete e tumori secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che raccomanda di variare la dieta proprio per limitare l’esposizione a questa sostanza.

Dal punto di vista della sostenibilità a lungo termine, la dieta del riso presenta criticità evidenti. Un approccio alimentare così restrittivo e monotono risulta difficilmente mantenibile nel tempo e non educa a un rapporto equilibrato con il cibo. Chi segue regimi ipocalorici estremi non impara mai ad autoregolarsi nel lungo periodo e non trova l’equilibrio corretto tra assunzione di cibo e controllo della fame. Le raccomandazioni degli esperti di nutrizione convergono invece verso un dimagrimento graduale e sostenibile, con una perdita di peso compresa tra lo zero virgola cinque e l’uno percento del peso corporeo a settimana. Questo ritmo più lento permette di perdere effettivamente massa grassa piuttosto che liquidi e massa magra, di acquisire uno stile di vita salutare che può essere mantenuto nel tempo, di non danneggiare il metabolismo e di arrivare al risultato desiderato con maggiori probabilità di mantenerlo stabilmente.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di svolgere almeno centocinquanta minuti di attività fisica moderata alla settimana come parte integrante di qualsiasi strategia di controllo del peso. Trenta minuti al giorno di movimento sono sufficienti a prevenire l’aumento di peso in una persona che segue una dieta varia ed equilibrata, ma l’impegno deve crescere fino a sessanta-novanta minuti quotidiani per chi deve dimagrire o mantenere il peso raggiunto dopo una dieta significativa. La combinazione di alimentazione equilibrata ed esercizio fisico regolare rappresenta l’unico approccio realmente efficace per una perdita di peso sana e duratura, molto più della ricerca di soluzioni rapide attraverso diete estreme.

Il modello alimentare considerato gold standard dalla comunità scientifica internazionale rimane la dieta mediterranea, che non impone privazioni drastiche ma promuove una rotazione bilanciata dei nutrienti e una varietà di alimenti. Questo approccio include cereali preferibilmente integrali, abbondanti porzioni di frutta e verdura di stagione, legumi consumati regolarmente, pesce azzurro e di piccola taglia, proteine sia animali che vegetali con preferenza per queste ultime, limitazione delle carni rosse e consumo solo occasionale di carni conservate, utilizzo di olio extravergine di oliva come principale fonte di grassi. La dieta mediterranea fornisce tutti i macronutrienti e micronutrienti necessari, sostiene la salute cardiovascolare e metabolica, promuove la longevità e risulta piacevole e sostenibile nel lungo periodo, caratteristiche che nessuna dieta ipocalorica estrema può garantire.

Per quanto riguarda la scelta del tipo di riso, le evidenze scientifiche indicano che il riso integrale rappresenta l’opzione nutrizionalmente superiore rispetto al riso bianco, anche se entrambi forniscono circa trecentocinquanta calorie per cento grammi di prodotto crudo. Il riso integrale conserva la crusca e il germe, strati esterni del chicco che contengono la maggior parte delle fibre, delle vitamine del gruppo B, dei minerali come magnesio, fosforo, selenio, ferro e zinco, e degli antiossidanti. Il processo di raffinazione che trasforma il riso integrale in riso bianco rimuove circa il quaranta-settantacinque percento del contenuto salino, quasi completamente le fibre e drasticamente vitamine e proteine. Il riso integrale possiede inoltre un indice glicemico più basso, circa cinquanta contro i settanta del riso bianco, caratteristica che lo rende più adatto per chi deve controllare la glicemia o perdere peso, perché la fibra solubile rallenta l’assorbimento degli zuccheri e prolunga il senso di sazietà.

Alcune varietà di riso italiane hanno dimostrato di possedere un indice glicemico particolarmente favorevole. Una ricerca condotta dall’Università di Pavia in collaborazione con il Politecnico di Torino e voluta dall’Ente Nazionale Risi ha analizzato venticinque cultivar di riso Japonica, scoprendo che alcune varietà come Selenio e Argo presentano un indice glicemico rispettivamente di quarantanove virgola due e cinquanta virgola cinque, valori sufficientemente bassi da consentirne l’inserimento anche nelle diete di persone che soffrono di obesità, sindrome metabolica e diabete. Il riso Carnaroli Classico ha mostrato un indice glicemico medio di sessantasei virgola otto, inferiore ai settanta del pane bianco utilizzato come riferimento. Anche il riso Basmati è tradizionalmente riconosciuto come la varietà con l’indice glicemico più basso tra i risi bianchi, caratteristica che lo rende preferibile per chi deve controllare i picchi glicemici.

Per chi desidera comunque provare un approccio alimentare basato sul riso senza incorrere nei rischi della dieta estrema, gli esperti suggeriscono di consumare questo cereale tre-quattro volte alla settimana all’interno di un’alimentazione varia ed equilibrata. Un piatto perfetto a base di riso dovrebbe contenere una porzione di verdure crude o cotte, idealmente quattrocento-cinquecento grammi al giorno, una base di cereali rappresentata dal riso stesso, preferibilmente integrale o di varietà a basso indice glicemico, e una fonte proteica adeguata, sia animale che vegetale. Alternare pesce, legumi, carne bianca, uova e formaggi magri aiuta a mantenere l’equilibrio calorico settimanale senza eccedere nei grassi e fornendo tutti gli amminoacidi essenziali necessari. Abbinare il riso a verdure ricche di fibre, proteine e grassi buoni rallenta l’assorbimento dei carboidrati e mantiene più stabili i livelli di glicemia, evitando i picchi che scatenano la fame.

La preparazione del riso può influenzare ulteriormente il suo impatto metabolico. Cuocere il riso al dente piuttosto che stracotto riduce la velocità di assorbimento degli zuccheri. Un trucco interessante suggerito da alcuni nutrizionisti consiste nel cuocere il riso, raffreddarlo completamente e consumarlo freddo senza riscaldarlo. Questo processo provoca la retrogradazione dell’amido, fenomeno per cui parte dell’amido si trasforma in amido resistente che viene assimilato più lentamente dall’organismo, comportandosi in modo simile alle fibre e contribuendo a ridurre l’indice glicemico complessivo del pasto. Questa tecnica può essere particolarmente utile per preparare insalate di riso estive o piatti freddi che mantengono un migliore profilo nutrizionale.

In definitiva, la dieta del riso rappresenta un esempio emblematico di regime alimentare che promette risultati rapidi sfruttando proprietà reali del cereale come il potere saziante, l’effetto drenante e il basso apporto calorico, ma che nasconde rischi significativi documentati dalla letteratura scientifica. La perdita di peso veloce ottenuta attraverso un deficit calorico estremo non corrisponde necessariamente a un dimagrimento effettivo e sostenibile, ma piuttosto a una riduzione temporanea di liquidi e massa muscolare che viene rapidamente recuperata quando si ritorna a un’alimentazione normale. Le carenze nutrizionali, la perdita di massa magra, il rallentamento metabolico e l’effetto yo-yo costituiscono conseguenze quasi inevitabili di un approccio così restrittivo, soprattutto se protratto oltre le due settimane raccomandate come limite massimo di sicurezza.

La comunità scientifica concorda nel sottolineare che non esistono scorciatoie sicure ed efficaci per il dimagrimento duraturo. La perdita di peso sana richiede tempo, pazienza e soprattutto un cambiamento sostenibile dello stile di vita che comprenda un’alimentazione varia ed equilibrata, ispirata ai principi della dieta mediterranea, abbinata a regolare attività fisica e a modifiche comportamentali che possano essere mantenute nel lungo periodo. Affidarsi a diete estreme nella speranza di risultati immediati può sembrare allettante ma espone a rischi per la salute e, paradossalmente, rende più difficile raggiungere e mantenere il peso desiderato nel tempo. Prima di intraprendere qualsiasi regime alimentare significativamente ipocalorico è quindi fondamentale consultare un medico o un nutrizionista qualificato che possa valutare la situazione individuale, verificare l’assenza di controindicazioni specifiche e, soprattutto, guidare verso scelte nutrizionali sicure, personalizzate e realmente efficaci per il benessere a lungo termine. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!