L’Iran è attraversato da un’ondata di proteste che scuote le fondamenta del regime teocratico al potere dal 1979. Dalla capitale Teheran fino ai centri più remoti come Urmia e Kermanshah, la rabbia popolare si manifesta con una forza inedita, alimentata da una miscela esplosiva di crisi economica, repressione sistemica e richieste sempre più esplicite di cambiamento politico. Il cuore della protesta si è acceso con violenza a Teheran, dove un edificio governativo è stato dato alle fiamme durante gli scontri più gravi, diventando il simbolo visivo di una rottura definitiva tra il popolo e le istituzioni.
I manifestanti chiedono una svolta radicale, invocando la fine del sistema clericale e, in molti casi, auspicando il ritorno della dinastia Pahlavi. Reza Pahlavi, erede dell’ultimo Scià deposto nel 1979, ha dichiarato di essere pronto a sostenere la popolazione, offrendosi come figura di riferimento in un momento di grande incertezza politica. La sua figura, sebbene controversa, sembra aver acceso l’immaginario collettivo di una parte della popolazione che guarda al passato monarchico come possibile alternativa a un presente segnato da povertà, inflazione e censura.
Millions of #Iranians across the country have taken to the streets, demanding the overthrow of the Islamic Republic and calling for the return of @PahlaviReza to #Iran. The voice of the people is clear and unstoppable. pic.twitter.com/veVU7JqMFz
— Arash Hampay (@ahampay) January 8, 2026
La reazione del regime non si è fatta attendere. Nel tentativo di contenere la protesta e impedire che il racconto della rivolta raggiunga l’esterno, le autorità hanno imposto un blackout digitale quasi totale. Secondo i dati dell’organizzazione Netblocks, l’accesso a Internet è stato interrotto in molte aree strategiche del Paese, incluse Teheran, Mashhad e altre province chiave. Anche le linee telefoniche risultano instabili o completamente isolate, in un tentativo evidente di impedire il coordinamento tra i manifestanti e oscurare la repressione agli occhi del mondo.
An incredible moment: a protester attempts to take down the regime’s surveillance camera. Courage and heroism in action!#IranProtests #Iran
— Kambiz Ghafouri (@KambizGhafouri) January 9, 2026
pic.twitter.com/rMTgxitPnC
Il bilancio provvisorio delle vittime conferma la gravità della situazione. L’Ong norvegese Iran Human Rights riferisce di almeno 45 morti, tra cui otto minori, mentre oltre 2.270 persone sono state arrestate. Le autorità si affidano ai Basij e ai Pasdaran per il contenimento fisico delle manifestazioni, ma la resistenza appare più radicata e organizzata rispetto a precedenti ondate di protesta. I blocchi umani e le marce continuano da dodici giorni, nonostante la violenza crescente e l’isolamento forzato. La determinazione dei manifestanti, spesso giovani, lascia intuire che questa non sia una crisi passeggera ma l’inizio di una nuova fase della storia iraniana.
Tehran today
— Masih Alinejad 🏳️ (@AlinejadMasih) January 8, 2026
A sea of people in the streets.
The patience of the Iranian people is over. Khamenei and his allies must leave Iran as soon as possible.#Iran pic.twitter.com/Wx2CddZ3YT
Sul piano internazionale, l’attenzione cresce. La crisi interna iraniana rischia di avere effetti destabilizzanti su tutta la regione mediorientale, già segnata da equilibri precari. Il silenzio forzato imposto dal regime non impedisce ai video e alle testimonianze di filtrare attraverso VPN e reti sicure, alimentando la pressione su governi e istituzioni internazionali affinché si pronunci contro la repressione e in favore dei diritti civili.
L’Iran si trova oggi di fronte a un bivio storico. Da un lato, la possibilità – ancora incerta – di un cambio di sistema politico sostenuto da una mobilitazione dal basso; dall’altro, la minaccia concreta di una repressione brutale che potrebbe riportare il Paese in una spirale di silenzio e paura. Ma qualcosa è cambiato. Le piazze non arretrano. E il potere, per la prima volta da decenni, vacilla. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
