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Olimpiadi, Atleti russi con nuovi passaporti: le minacce del Cremlino “Rischiate il carcere”

Dalla pista olimpica ai tribunali, la guerra ridisegna i confini dello sport: centinaia di atleti russi cambiano bandiera per continuare a gareggiare, mentre Mosca minaccia sanzioni e carcere in nome della lealtà nazionale.

Alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina c’è una medaglia che pesa più dell’argento. È quella conquistata nei 10mila metri di pattinaggio di velocità da Vladimir Semirunniy, nato a Ekaterinburg ma in gara sotto bandiera polacca. Quando il quotidiano polacco “Fakt” gli ha chiesto se sarebbe tornato in Russia per festeggiare con la famiglia, la risposta è stata asciutta: vorrebbe, ma non può rischiare. La madre l’ha vista in Italia. Per ora si sentono solo al telefono. Non è nostalgia trattenuta: è prudenza.

A Milano-Cortina sono presenti appena 13 atleti russi e 7 bielorussi, autorizzati a competere senza bandiera e senza inno, sotto la dicitura di “Individuale Neutrale”. Una formula che fotografa lo stato attuale dello sport russo nel sistema internazionale: ammesso ma invisibile, tollerato ma non riconosciuto.

La reazione di Mosca è stata tutt’altro che neutrale. La scorsa settimana il ministro dello Sport Mikhail Degtyarev, intervenendo su Channel One, la televisione di Stato, ha promesso misure drastiche contro chi cambia cittadinanza sportiva: divieto di rientro in patria, revoca dell’accesso alle strutture sportive e perfino procedimenti penali. Ha parlato di norme già firmate e di un giocatore di scacchi privato del titolo di grande maestro dopo aver scelto un’altra bandiera. Il lessico è quello del tradimento: lo Stato forma, finanzia, investe; l’atleta che se ne va “molla il passaporto”.

Per comprendere la portata del fenomeno bisogna tornare al febbraio 2022, quando l’invasione su larga scala dell’Ucraina ha innescato una risposta compatta del mondo sportivo internazionale. Federazioni, leghe e comitati olimpici hanno escluso gli atleti russi da gran parte delle competizioni. La logica è stata lineare: in uno sport individuale l’atleta rappresenta comunque la nazione. Per continuare a competere ad alto livello, l’unica strada rimasta a molti è stata cambiare nazionalità sportiva.

Secondo le stime pubblicate da Novaya Gazeta Europe fino a luglio 2024, sono 353 gli atleti russi che hanno modificato il proprio passaporto sportivo dall’inizio del conflitto: 16 campioni del mondo, 30 campioni europei, 32 campioni nazionali. Non comprimari, ma elementi centrali di un sistema costruito in anni di investimenti pubblici.

Il caso più macroscopico è quello degli scacchi: 208 giocatori su 353. Nel 2023 la federazione russa ha trasferito la propria affiliazione dall’Unione europea a quella asiatica per aggirare le sanzioni continentali. La Federazione internazionale ha reagito aprendo una corsia preferenziale che ha consentito ai giocatori russi di adottare rapidamente la bandiera di un Paese europeo. Il risultato è stato un esodo senza precedenti in una singola disciplina. Seguono pattinaggio artistico, equitazione, arti marziali e lotta, poi auto racing, tennis, calcio, ginnastica ritmica, canottaggio e pattinaggio di velocità.

Nel pattinaggio artistico, dove la carriera è breve e la finestra olimpica dura quattro anni, la concorrenza interna russa è feroce. Atleti che in patria sarebbero rimasti ai margini trovano altrove spazio e qualificazioni più accessibili. Anche nel pugilato professionistico il cambio di bandiera è stato imposto dalle circostanze: campioni come Artur Beterbiev e Dmitry Bivol hanno combattuto sotto altre nazionalità per non perdere titoli e incontri già programmati, pur ribadendo pubblicamente le proprie origini.

Nel settore equestre la motivazione è ancora più concreta: le sanzioni internazionali vietano il trasporto di cavalli verso la Russia. Chi si allena all’estero con i propri animali non può rientrare e continuare a competere. Per atleti con carriere ormai agli ultimi anni, attendere la fine del conflitto significa, di fatto, chiudere.

Le destinazioni riflettono la geografia della diaspora russa post-2022: Israele e Serbia guidano con 29 atleti ciascuno, seguite da Germania, Stati Uniti, Armenia, Francia, Kazakistan e Regno Unito. C’è chi sceglie il Paese d’origine etnica, chi risiede già all’estero, chi trova in federazioni meno competitive una via più rapida verso la qualificazione olimpica.

Nel dicembre 2025 il Comitato olimpico internazionale ha raccomandato un parziale allentamento delle restrizioni per i giovani atleti russi e bielorussi, ipotizzando in alcune competizioni giovanili anche l’uso di simboli nazionali. Mosca spera in una reintegrazione più ampia, mentre il Comitato olimpico russo resta sospeso dopo l’inclusione delle federazioni dei territori ucraini occupati. Gli atleti ucraini si oppongono con forza a qualsiasi normalizzazione finché la guerra prosegue.

Nel mezzo di questo braccio di ferro diplomatico che utilizza le medaglie come leva politica, restano le traiettorie individuali. Atleti che non fuggono per povertà né per assenza di strutture, ma perché esclusi dall’arena che definisce il loro mestiere. Persone che possono allenarsi in patria ma non competere nel mondo. E che, scegliendo un’altra bandiera, rischiano di perdere molto più di un inno: il diritto di tornare a casa. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!