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Referendum sulla Giustizia: Quando si vota, come si vota e quali sono i quesiti

Quando si vota, come funziona il referendum costituzionale, cosa prevede il quesito e perché non c’è quorum: guida essenziale al voto sul referendum sulla giustizia 2026, che decide il futuro dell’ordinamento giudiziario.

Nel 2026 l’Italia si trova di fronte a una delle consultazioni popolari più rilevanti degli ultimi decenni: il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, in particolare sulla separazione delle carriere dei magistrati e la riorganizzazione degli organi di autogoverno giudiziario. Dopo un complesso iter parlamentare, la questione è passata sotto la lente del popolo italiano, chiamato a esprimersi con un voto che avrà conseguenze profonde sull’assetto costituzionale e sull’equilibrio dei poteri dello Stato.

La riforma, formalmente intitolata “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, è stata approvata dal Parlamento nel corso della XIX legislatura, con la Camera dei deputati che ha dato il via libera il 16 gennaio 2025 e il Senato che l’ha ratificata in sede di quarta deliberazione il 30 ottobre 2025. Tuttavia, la mancata maggioranza qualificata dei due terzi in entrambe le votazioni (requisito previsto dall’articolo 138 della Costituzione per la modifica della Carta senza passare per referendum) ha determinato l’obbligo di sottoporre il testo a referendum confermativo qualora venisse richiesto dagli organi istituzionali legittimati. È ciò che è avvenuto: una serie di richieste di referendum, presentate da parlamentari di maggioranza e opposizione, sono state dichiarate ammissibili dall’Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione il 18 novembre 2025.

La consultazione popolare, quindi, non è un referendum abrogativo, ma confermativo: agli elettori italiani sarà chiesto di esprimersi con un semplice “Sì” o “No” alla seguente formulazione, sancita dall’ordinanza della Cassazione: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’ approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?

Il quorum di partecipazione non è previsto per la validità del referendum confermativo: ciò significa che il risultato sarà determinato semplicemente dalla maggioranza dei voti validamente espressi, indipendentemente dal livello di affluenza alle urne. Questo aspetto, di per sé non usuale nei referendum italiani, accentua l’importanza di una partecipazione informata e consapevole da parte dei cittadini.

Quanto alla data del voto, il quadro normativo e i dichiarati auspici delle istituzioni portano verso una consultazione che dovrebbe tenersi il 22 e il 23 marzo. Questa tempistica deriva dall’analisi dei termini costituzionali e dalle dichiarazioni di membri del Governo, che pur auspicando un’accelerazione, riconoscono che un termine più realistico non possa essere anticipato oltre la prima parte di marzo.

Sul piano contenutistico, la riforma sottoposta a referendum è strutturata attorno ad alcuni nodi di notevole impatto istituzionale. Al centro c’è la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e magistratura requirente: ciò significa che i magistrati, una volta entrati in una delle due “branche” professionali, non potranno più transitare dall’una all’altra nel corso della propria carriera. Questo principio è stato presentato dai sostenitori come strumento per rafforzare l’autonomia e l’imparzialità di giudici e pubblici ministeri, eliminando possibili interferenze di ruolo nelle funzioni giudicanti e inquirenti.

Per realizzare effettivamente questa separazione, la riforma prevede anche una riorganizzazione dell’autogoverno della magistratura. Attualmente, il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) è un organo unitario che gestisce carriere, progressioni e disciplina di tutti i magistrati. Con la riforma, il CSM “unitario” verrebbe sostituito da due Consigli distinti, uno per i giudici e uno per i magistrati, ciascuno con competenze specifiche sulle nomine e le progressioni. Inoltre, è prevista l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, incaricata di giudicare i magistrati in via disciplinare, con un’articolazione di competenze diversa rispetto all’assetto attuale.

La discussione attorno a questi cambiamenti non si limita agli aspetti formali, ma investe questioni fondamentali di democrazia costituzionale. I fautori della riforma (sostenuti politicamente dalla maggioranza di Governo e da un’ampia porzione del centro-destra) vedono nella proposta un passo decisivo verso una giustizia più equa e meno esposta a dinamiche correntizie o conflitti di ruolo. Essi argomentano che un magistrato non possa ricoprire prima ruoli di pubblico ministero e poi di giudice, perché questo alimenterebbe dubbi sull’imparzialità delle decisioni giudiziarie.

Dall’altra parte, critici di varia matrice (che spaziano da esponenti giuridici, membri del mondo accademico, associazioni di magistrati e ampi settori dell’opposizione politica) hanno sollevato dubbi sulla portata e sugli effetti reali di tali modifiche. Secondo queste voci, la riforma potrebbe non affrontare i veri problemi strutturali della giustizia italiana, come le lungaggini processuali, la carenza di organico negli uffici giudiziari o le inefficienze amministrative. Alcuni osservatori hanno messo in guardia anche contro possibili rischi di politicizzazione del nuovo assetto disciplinare e dei processi di selezione dei membri dei Consigli, considerati elementi potenzialmente esposti a spinte esterne.

La dimensione politica di questo referendum, come è naturale, si riflette anche nella geografia degli schieramenti dei partiti italiani. Il centro-destra guidato da Fratelli d’Italia, il partito della premier Giorgia Meloni, ha fatto del sostegno al referendum e alla riforma uno dei capisaldi della propria agenda istituzionale, sostenendo con convinzione che il “Sì” sia l’unica risposta adeguata per modernizzare la giustizia e restituire fiducia ai cittadini. Accanto a FdI, anche Lega e Forza Italia, nonché forze minori della coalizione di governo, hanno aderito, con sfumature diverse, alla campagna per la conferma della riforma. Alcuni partiti centristi, come Azione e +Europa pur non essendo parte integrante del governo, si sono mostrati generalmente favorevoli all’impianto del testo parlamentare e inclini a sostenere il “Sì”.

All’opposto, i principali partiti di opposizione, a partire dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle, si sono posizionati con nette dichiarazioni a favore del No, criticando l’intero disegno di legge costituzionale e invitando gli elettori a respingerlo. Anche gruppi della sinistra e formazioni ambientaliste o civiche hanno abbracciato il fronte del No, pur con sfumature e motivazioni diverse, talvolta legate a considerazioni più ampie sull’indipendenza della magistratura e sul ruolo dello Stato di diritto.

In questo contesto, gli orientamenti dell’opinione pubblica raccolti dai sondaggi assumono un peso significativo, non tanto per prevedere l’esito, quanto per fotografare l’attuale stato dell’informazione e delle percezioni dei cittadini. Secondo la Supermedia YouTrend per AGI, aggiornata negli ultimi mesi del 2025, gli italiani intenzionati a votare “Sì” alla conferma della riforma costituzionale si attestano su circa il 56,7%, mentre il fronte del “No” insegue con il 43,3% delle preferenze tra quanti esprimono un’opinione definita.

Un ulteriore sondaggio YouTrend per Sky TG24 ha evidenziato che, oltre alla preferenza di voto, vi è una componente significativa di incertezza e variabile mobilitazione elettorale: poco meno della metà degli intervistati dichiara che parteciperebbe con certezza o probabilità al referendum, mentre un’altra fetta resta incerta o poco informata sui dettagli della riforma. Questo dato riflette non solo le difficoltà comunicative intorno a un tema di diritto costituzionale complesso, ma anche la sfida che i promotori di entrambe le campane del dibattito dovranno affrontare nelle settimane di campagna referendaria.

In definitiva, il referendum costituzionale sulla giustizia del 2026 non è soltanto una consultazione tecnica su un comma di legge, ma un passaggio che mette in gioco la percezione nazionale della giustizia, l’equilibrio dei poteri e il ruolo dell’elettorato nella definizione delle norme fondamentali dello Stato. In un quadro politico frammentato, con partiti disallineati rispetto alle tradizionali coalizioni e cittadini spesso divisi o poco informati, il voto di marzo diventa un crocevia in cui si intrecciano preoccupazioni giuridiche, valutazioni politiche e domande profonde sulla democrazia repubblicana italiana. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!