Il confine tra Islam e militanza politica appare sempre più sottile. A testimoniarlo sono gli interventi pubblici di alcuni imam ed ex imam che, attraverso i social network e iniziative pubbliche, cercano di orientare il dibattito sul referendum in materia di giustizia in programma il 22 e 23 marzo. Un attivismo che nelle ultime settimane si è intrecciato con polemiche, tensioni istituzionali e prese di posizione dai toni duri contro il governo guidato da Giorgia Meloni.
Sabato scorso, a Piacenza, all’interno di una moschea cittadina, è stato organizzato un convegno dedicato proprio al referendum, con rappresentanti di entrambe le posizioni. Un segnale di quanto il tema sia sentito anche in ambienti religiosi islamici, in un clima già segnato da provvedimenti e tentativi di espulsione che hanno riguardato esponenti vicini alla causa palestinese. Tra questi il caso dell’imam di Torino, Mohamad Shahin, la cui posizione è stata oggetto di un braccio di ferro tra Viminale e magistratura.
A intervenire con parole particolarmente aspre è stato il predicatore torinese Brahim Baya, che sui social ha invitato a votare “un no secco” per “mandare a casa questo governo“, definito razzista, autoritario e guerrafondaio, accompagnando il messaggio con slogan a sostegno della causa palestinese. Nello stesso intervento Baya ha accusato l’esecutivo di alimentare una “politica della paura” e di distogliere l’attenzione da salari bassi, precarietà e crisi dei servizi pubblici.
Nel mirino del predicatore è finita anche la Lega, con un attacco diretto al leader Matteo Salvini e alle eurodeputate Silvia Sardone e Susanna Ceccardi, accusati di trasformare il Ramadan in un tema di ordine pubblico. Parole che hanno alimentato ulteriori tensioni in un dibattito già polarizzato.
Baya è stato inoltre presente a una manifestazione a sostegno del centro sociale Askatasuna e in passato ha espresso apprezzamento per figure controverse legate all’area palestinese. Tra le sue frequentazioni viene citato Mohammad Hannoun, detenuto con accuse di collegamenti con Hamas. In precedenza il predicatore aveva elogiato Yahya Sinwar, considerato la mente dell’attacco del 7 ottobre contro Israele, definendone l’eredità “morale e politica”.
L’intreccio tra predicazione, attivismo e referendum riapre così il tema del ruolo delle comunità religiose nel confronto politico italiano. Un terreno delicato, dove libertà di espressione, sicurezza nazionale e coesione sociale si incontrano e spesso si scontrano, mentre la campagna referendaria entra nel vivo. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
