Il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia si è chiuso il 23 marzo 2026 con la netta vittoria del No, che ha ottenuto il 53,74% dei voti validi contro il 46,26% del Sì, con un’affluenza record attestatasi al 58,93%, ben al di sopra delle previsioni della vigilia. Un risultato che ha sancito la bocciatura della riforma voluta dal governo Meloni e dal ministro Carlo Nordio, respinta in 17 regioni su 20 e accettata soltanto in Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Veneto. Nelle ore immediatamente successive alla pubblicazione dei dati definitivi, il panorama mediatico e politico italiano si è infiammato di reazioni, commenti e analisi, molte delle quali destinate a lasciare tracce durature nel dibattito pubblico.
In questo contesto acceso, la frase che ha suscitato più scalpore è arrivata da Francesco Verderami, giornalista e retroscenista del Corriere della Sera, da tempo tra i commentatori più autorevoli delle dinamiche interne alla politica italiana. In un intervento a Quarta Repubblica su Rete 4 diventato rapidamente virale, Verderami ha detto: “Per onestà intellettuale, chi ha votato No (o non ha votato) dovrà astenersi dal parlare di casi di malagiustizia. E se ne sarà vittima, dovrà stare in religioso silenzio.” La dichiarazione ha innescato un dibattito immediato e polarizzato, con sostenitori del Sì che vi hanno visto una provocazione legittima e difensori del No che l’hanno bollata come un’affermazione antidemocratica e priva di fondamento.
La dichiarazione di Verderami ha riaperto immediatamente il dibattito sul rapporto tra voto popolare e responsabilità civile. Il nodo centrale della controversia è se sia logicamente o eticamente sostenibile ritenere che un cittadino che ha espresso un voto contrario a una determinata riforma debba rinunciare al diritto di lamentarsi delle disfunzioni del sistema che quella riforma avrebbe inteso correggere. I critici della posizione di Verderami hanno sottolineato che il diritto di denunciare episodi di malagiustizia è un diritto costituzionalmente garantito, del tutto indipendente dalle scelte espresse nell’urna, e che la logica del “hai votato No, quindi subisci” è strutturalmente incompatibile con i principi di uno Stato di diritto democratico.
I sostenitori della tesi di Verderami hanno invece argomentato che la provocazione ha un nucleo di coerenza politica: chi si è opposto a una riforma pensata per ridurre le storture del sistema giudiziario non può, secondo questa lettura, lamentarsi delle conseguenze di quel sistema senza quantomeno ammettere una contraddizione di fondo nella propria posizione. Si tratta, in questa prospettiva, non di una negazione di diritti, ma di una chiamata alla coerenza morale e politica nei confronti di chi ha contribuito, con il proprio voto, a mantenere lo status quo. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
