Uno scontro tra titani della magistratura italiana. Da una parte Antonio Di Pietro, l’ex pm simbolo di Mani Pulite. Dall’altra Nicola Gratteri, il procuratore di Napoli diventato ormai un’icona mediatica. Due stili completamente diversi, due modi opposti di intendere il ruolo del magistrato e la comunicazione pubblica. E in mezzo, il referendum sulla giustizia di marzo che li vede su fronti contrapposti.
In un’intervista al Foglio, Di Pietro ha analizzato senza filtri il collega Gratteri e le polemiche che puntualmente solleva con le sue dichiarazioni. L’ultima, quella su chi vota Sì al referendum che «non sarebbe una persona perbene», ha scatenato un terremoto politico e mediatico. Ma secondo Di Pietro, dietro queste esternazioni c’è un metodo preciso.
«Quando Nicola Gratteri dice qualcosa non lo fa mai a caso», esordisce l’ex pm di Mani Pulite, oggi tra i testimonial del Comitato per il Sì al referendum. Secondo Di Pietro, Gratteri parla alla «pancia dell’opinione pubblica» con una logica precisa: «Purché se ne parli, a prescindere dal merito».
L’obiettivo sarebbe quello di scatenare reazioni tanto dure quanto le sue parole: «L’obiettivo è che sulle sue parole si ritorni, amplificandone l’effetto. È una tecnica», spiega Di Pietro. Per questo motivo l’ex pm dice di non entrare mai in conflitto diretto con Gratteri: «Non vedo perché raddoppiargli la visibilità. Meno che meno sul tema del referendum».
Di Pietro esclude che Gratteri punti a fare politica. Il motivo? «Un magistrato ha più potere di un qualsiasi politico». Da parte del procuratore di Napoli non ci sarebbe quindi vanità, ma ferma convinzione in quello che dice. Di Pietro ribadisce la stima professionale per Gratteri e per quanto ha fatto contro il crimine organizzato, anche se non risparmia un appunto da ex collega: «La sua è stata una pesca a strascico che ha tirato dentro tanti innocenti».
L’ex pm arriva a paragonare la posizione mediatica di Gratteri a quella che lui stesso ebbe ai tempi di Mani Pulite: «Non c’entra la vergogna. Soprattutto perché non si prova vergogna quando s’è raggiunto, come lui, uno stato di grazia. Stato che, devo riconoscere, è lo stesso che toccò a me ai tempi di Mani pulite».
E spiega il meccanismo psicologico: «Gratteri non ha vergogna di quel che dice, anche se dice il falso, perché sa che verrà creduto a prescindere». Una condizione che Di Pietro conosce bene, avendola vissuta in prima persona quando era considerato l’uomo più in vista d’Italia tra il 1992 e il 1993.
Il confronto tra i due magistrati è anche metodologico. Di Pietro lo sintetizza con un’efficace metafora: «Dopodiché sarà la storia a giudicare se sia stato meglio il lavoro da formichino che ho fatto io, lento lento e meticoloso, o il lavoro da formichiere che fa lui».
Da un lato la pesca a strascico di Gratteri, dall’altro il lavoro certosino di indagine con la formazione del poliziotto smaliziato di Di Pietro. Due approcci radicalmente diversi che riflettono anche due personalità agli antipodi: «Lui è un protagonista, indubbiamente. Ma si ammanta anche di protagonismo, per far parlare di sé. La differenza tra i due elementi è sottile».
Di Pietro non risparmia una riflessione anche sulla famosa gaffe dell’intervista fake di Giovanni Falcone, altra polemica che ha visto Gratteri al centro delle polemiche: «Anche qui: lui non butta la palla a caso, ma in mezzo al campo. Di modo che tutti, poi, ci corrano su a giocare. È un uomo molto intelligente, mi creda».
Secondo l’ex pm, quindi, anche quando Gratteri commette errori clamorosi o dice cose palesemente false, lo fa con una strategia precisa: innescare un dibattito che lo mantenga al centro dell’attenzione mediatica. Una tecnica che funziona perché Gratteri ha raggiunto quello «stato di grazia» che lo rende credibile a priori presso una larga fetta dell’opinione pubblica.
Le dichiarazioni di Gratteri sul referendum hanno scatenato un terremoto. Prima ha affermato che «Massoneria deviata e centri di potere voteranno Sì», provocando persino la reazione di Matteo Salvini che ha minacciato di denunciarlo. Poi ha sostenuto che «con il Sì saranno favoriti ricchi e potenti».
Parole che il giorno dopo sono state ridimensionate dallo stesso Gratteri come «fraintese», ma che secondo Di Pietro rispondono perfettamente alla logica comunicativa del procuratore: lanciare messaggi forti che colpiscano emotivamente, salvo poi correggere il tiro quando la polemica è ormai esplosa e ha fatto il giro dei media.
Nonostante l’analisi impietosa, Di Pietro chiude con un atto di umiltà: «Sono analisi temperate dalla mia storia. Prima di dire a lui di guardarsi allo specchio, comunque, devo guardarmici io. Sono l’ultimo che può permettersi di rivolgere critiche feroci a Gratteri. Lascio il giudizio, anche impietoso, ai posteri».
Un modo elegante per dire che chi ha vissuto come protagonista assoluto della scena pubblica, come fu Di Pietro ai tempi di Mani Pulite, sa bene quali meccanismi si inneschino quando un magistrato diventa un’icona popolare. E sa anche quanto sia sottile il confine tra il protagonismo necessario per portare avanti un’inchiesta e quello fine a se stesso.
Il confronto tra Di Pietro e Gratteri è in fondo lo specchio di due epoche diverse della giustizia italiana: quella di Mani Pulite, con le sue indagini capillari e metodiche, e quella attuale, dominata dalla comunicazione istantanea e dalla necessità di presidiare costantemente lo spazio mediatico. Due modelli che la storia, come dice Di Pietro, sarà chiamata a giudicare. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
