Nelle ultime settimane, l’AGCOM ha intensificato le operazioni contro lo streaming pirata, con un focus particolare su Streaming Community, una delle piattaforme più note per l’accesso illegale a film, serie TV e altri contenuti protetti da copyright. Oltre al blocco delle infrastrutture digitali, l’attenzione si sposta ora anche sugli utenti, che potrebbero essere sanzionati con multe fino a 5.000 euro. Un deterrente che ha sollevato un interrogativo legittimo: come possono essere identificati coloro che si collegano a questi siti?
Il meccanismo tecnico parte da un elemento fondamentale: l’indirizzo IP. Ogni dispositivo connesso a Internet — computer, smartphone, smart TV — riceve un indirizzo IP univoco, assegnato dal proprio provider. Questo indirizzo, che cambia dinamicamente per la maggior parte degli utenti (ma può anche essere statico), è necessario per trasmettere e ricevere dati online. In altre parole, quando si accede a un sito Web, l’IP viene registrato per consentire lo scambio di informazioni: una procedura automatica e inevitabile.
Se un sito — come Streaming Community — viene messo sotto indagine per violazione del copyright, tutti gli indirizzi IP raccolti durante la sua attività possono essere acquisiti e analizzati dalle autorità, al fine di identificare chi ha fruito dei contenuti pirata. Tuttavia, un indirizzo IP in sé non permette di risalire direttamente all’identità dell’utente: non contiene nome, cognome o altri dati sensibili. Per ottenere questi dati, le autorità devono rivolgersi ai provider Internet (ISP), che sono gli unici in grado di associare un indirizzo IP a una persona specifica — un’operazione che può avvenire solo su richiesta legale, per esempio nell’ambito di un’indagine.
L’individuazione degli utenti avviene quindi attraverso un doppio passaggio: da un lato la raccolta degli IP da parte della piattaforma sotto inchiesta, dall’altro la richiesta formale ai provider per conoscere chi stava utilizzando quel preciso IP in un determinato momento. Questo processo, già impiegato in passato contro la pirateria peer-to-peer, può ora estendersi anche allo streaming diretto, rendendo potenzialmente identificabili e perseguibili gli spettatori finali.
Va poi considerato che l’indirizzo IP può essere tracciato anche in molti altri contesti, ben oltre la semplice visita a un sito illegale. Interazioni con banner pubblicitari, partecipazioni a forum, compilazione di moduli: sono tutti scenari in cui il proprio IP viene registrato, spesso in abbinamento ad altri dati. In casi più gravi, può anche diventare un bersaglio per i cybercriminali, che lo usano per attacchi mirati o per tentare di localizzare l’utente. Strumenti come le VPN, l’uso prudente delle reti pubbliche e la consapevolezza nella navigazione possono aiutare a proteggere almeno in parte la propria impronta digitale.
La stretta dell’AGCOM segna un cambio di passo anche sul fronte culturale: non sono più soltanto i gestori delle piattaforme ad essere nel mirino, ma anche gli utenti. E sebbene la tecnologia non consenta un’identificazione immediata e generalizzata, gli strumenti per farlo in modo selettivo — soprattutto nei casi di utilizzo reiterato — esistono, e sono già stati messi in campo. È un segnale forte, che sposta il dibattito sulla pirateria da terreno tecnico a questione legale e sociale. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
