Nel pieno del caos geopolitico che ha travolto l’Iran dopo l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei nel raid aereo condotto da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio 2026, torna a circolare con rinnovata attenzione un documento segreto dell’intelligence statunitense che riguarda il nuovo uomo al vertice della Repubblica Islamica: Mojtaba Khamenei, 56 anni, secondogenito della Guida Suprema scomparsa, eletto dall’Assemblea degli Esperti come suo successore sotto la pressione dei Guardiani della Rivoluzione.
Il documento in questione è un’informativa classificata redatta dal Dipartimento di Stato americano e inviata all’ambasciata statunitense a Londra nel 2008, successivamente resa pubblica attraverso WikiLeaks e ora tornata alla ribalta grazie a un servizio del Daily Mail britannico. Il dossier descrive con dovizia di particolari una serie di visite mediche compiute da Mojtaba nel Regno Unito per il trattamento di un’impotenza che, secondo i servizi americani, aveva reso difficile il concepimento di un figlio, elemento considerato di primaria importanza dalla famiglia Khamenei per consolidare la propria legittimità e proiezione dinastica.
Quattro visite a Londra e le pressioni familiari
Secondo quanto si legge nell’informativa, Mojtaba si sarebbe recato in Gran Bretagna in almeno quattro occasioni per sottoporsi a cure mediche negli ospedali Wellington e Cromwell di Londra, due strutture private di alto profilo nel cuore della capitale britannica. Le visite sarebbero iniziate prima del 2004, anno in cui Mojtaba contràsse matrimonio in età relativamente avanzata rispetto agli standard della teocrazia iraniana: un ritardo che il documento degli 007 statunitensi attribuisce esplicitamente al problema di salute che lo affliggeva, definito “presumibilmente di impotenza, trattato e infine risolto durante tre lunghe visite nel Regno Unito”.
Le pressioni descritte nel dossier non provenivano da un contesto qualsiasi, ma dal nucleo familiare più prossimo alla Guida Suprema iraniana: “La sua famiglia si aspettava che Mojtaba avesse figli in tempi rapidi”, si legge nel testo. La necessità di produrre un erede non era dunque soltanto una questione privata, ma si inseriva in una più ampia logica di legittimazione politica e religiosa in seno alla dinastia Khamenei. La quarta visita londinese, della durata di due mesi interi, si rivelò quella decisiva: al termine del soggiorno la moglie di Mojtaba rimase incinta, e tornato in Iran nacque un bambino sano al quale fu dato il nome Ali, in omaggio al nonno paterno, l’allora Guida Suprema.
Il paradosso di un regime e le cure in Occidente
L’elemento più dirompente della vicenda non è tanto la natura delle cure mediche in sé, quanto il contesto politico e ideologico in cui esse si inseriscono. Il figlio della massima autorità di un regime che ha fatto dell’antioccidentalismo la propria bandiera identitaria, che predica l’autosufficienza nazionale e condanna sistematicamente i rapporti con i Paesi nemici, si è recato ripetutamente nel cuore di Londra, capitale di uno degli alleati più stretti degli Stati Uniti, per ricevere trattamenti medici che in Iran non era evidentemente in grado di ottenere con la discrezione e l’efficacia necessarie. Un paradosso che il Daily Mail ha sottolineato con forza nel riproporre il documento, anche alla luce dell’improvvisa ascesa di Mojtaba al vertice della Repubblica Islamica.
La questione acquista ulteriore rilevanza se si considera che Mojtaba Khamenei è stato per lungo tempo considerato un personaggio di secondo piano sul piano istituzionale formale: privo di titoli religiosi di alto rango, non ricopriva alcun incarico ufficiale nell’architettura dello Stato iraniano. La sua influenza si esercitava prevalentemente nell’ombra, attraverso i solidi legami costruiti nel corso degli anni con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc) e con il Basij, la forza paramilitare volontaria che costituisce uno dei pilastri repressivi del regime. Ed è stata proprio la pressione dei Pasdaran a determinarne l’elezione da parte dell’Assemblea degli Esperti, riunita in modalità virtuale dopo che la sede di Qom era stata colpita nel corso dei raid.
La successione dinastica e le sue contraddizioni
La nomina di Mojtaba ha scatenato non pochi mal di pancia all’interno dell’establishment clericale sciita, che ha sempre guardato con diffidenza all’idea di una successione padre-figlio, percepita come una deriva in senso monarchico-dinastico incompatibile con i principi fondativi della rivoluzione khomeinista del 1979. Lo stesso Ali Khamenei aveva in vita più volte dichiarato la propria contrarietà a un simile schema di successione. Tuttavia, il vuoto di potere improvviso creato dall’attacco aereo del 28 febbraio e la necessità di garantire continuità e controllo nelle ore più critiche hanno prevalso sulle riserve ideologiche, consegnando a Mojtaba un potere che per decenni era rimasto nell’ambito del possibile senza mai concretizzarsi.
Il profilo finanziario della nuova Guida Suprema aggiunge un ulteriore strato di complessità alla vicenda. Secondo ricostruzioni di Bloomberg, Mojtaba sarebbe al centro di una rete patrimoniale di notevole ampiezza, costruita attraverso intermediari fidati e strutture societarie opache, senza che il suo nome compaia direttamente in alcun documento. L’uomo chiave identificato nell’indagine è il banchiere iraniano Ali Ansari, già sanzionato dal governo britannico nell’ottobre 2025 per aver finanziato i Guardiani della Rivoluzione: uno dei tanti fili che legano il nuovo detentore del potere supremo iraniano a una rete di interessi che attraversa confini e giurisdizioni.
Il documento WikiLeaks torna d’attualità
Il tempismo con cui il Daily Mail ha scelto di riproporre il vecchio cablogramma diplomatico non è casuale. In un momento in cui Mojtaba Khamenei è passato dall’anonimato istituzionale al vertice assoluto della teocrazia iraniana nel giro di poche ore, qualsiasi elemento del suo profilo personale e delle sue vicende private acquisisce una valenza politica diretta. Il documento del Dipartimento di Stato statunitense, redatto quasi vent’anni fa, si trasforma così in uno strumento di profilazione pubblica della nuova Guida Suprema di uno dei Paesi più instabili e pericolosi del panorama geopolitico contemporaneo.
La vicenda mette in luce, più in generale, le capacità di raccolta informativa che i servizi americani avevano già sviluppato nei confronti del regime iraniano negli anni Duemila, quando Mojtaba non era ancora un nome noto al grande pubblico ma era già nel mirino dell’intelligence occidentale. Un’attività di monitoraggio che, alla luce degli eventi del febbraio 2026 — con il raid che ha eliminato l’ayatollah Khamenei e ridisegnato gli equilibri di potere a Teheran — appare oggi parte di una strategia di lungo corso che Washington ha perseguito con pazienza e determinazione nel corso di oltre due decenni. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
