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Iran, è giusto che lo Stato si occupi dei Residenti all’Estero che non pagano le tasse in Italia?

Tra diritti di cittadinanza e doveri fiscali si apre un nodo politico ed etico: assistenza e sanità pubblica possono restare incondizionate anche per chi ha scelto di non contribuire al sistema Italia?

In queste ore, mentre il Medio Oriente è scosso da una crisi senza precedenti dopo che un’offensiva militare congiunta di Stati Uniti e Israele ha colpito l’Iran facendo saltare per aria intere aree di Teheran e provocando la morte della guida suprema Ayatollah Ali Khamenei, il dibattito tra gli italiani si intreccia con le preoccupazioni per la sicurezza, i costi diplomatici e la tutela dei connazionali negli Emirati Arabi Uniti. Il bombardamento e la conseguente risposta dall’Iran – con attacchi balistici e droni anche verso gli Stati del Golfo – hanno generato caos, ritardi e cancellazioni di voli anche a Dubai, dove una nutrita comunità di italiani vive e lavora.

Negli ultimi anni gli Emirati Arabi Uniti, e in particolare Dubai, sono diventati una meta privilegiata per migliaia di italiani. Professionisti, imprenditori e soprattutto influencer hanno scelto di trasferire la propria residenza fiscale in una realtà dove la pressione tributaria è pressoché nulla. Una scelta legittima, prevista dalle norme sulla libertà di circolazione e di stabilimento, ma che oggi apre interrogativi di natura etica e politica.

Questa situazione ha riacceso una domanda che già da tempo serpeggia tra i cittadini: è giusto che la Repubblica spenda risorse per la loro tutela, perfino per interventi di evacuazione o assistenza consolare, quando molti di questi italiani hanno scelto di vivere fuori proprio per beneficiare di un regime fiscale molto più leggero, quasi nullo? È una domanda che assume, oggi, un peso simbolico in più: mentre qualche italiano bloccato nei voli parla di diritto a essere aiutato, cresce chi contesta l’idea che chi non versa nemmeno un euro di tasse in Italia possa pretendere gli stessi diritti di chi contribuisce al finanziamento dei servizi pubblici.

Se per turisti, studenti o lavoratori temporaneamente all’estero l’assistenza consolare appare un dovere indiscutibile dello Stato, diverso è il discorso per chi ha deciso stabilmente di vivere fuori dai confini nazionali, beneficiando di un sistema fiscale più favorevole e sottraendosi al contributo diretto alle casse pubbliche italiane. Il punto non è giuridico – la cittadinanza resta e con essa una serie di diritti – bensì politico e morale: fino a che punto è giusto chiedere alla collettività di sostenere chi ha scelto di non contribuire?

Il tema si fa ancora più delicato quando entra in gioco il sistema sanitario nazionale. Non sono pochi i casi, documentati anche sui social, di italiani residenti fiscalmente a Dubai che rientrano in patria per usufruire delle cure del Servizio sanitario nazionale, gratuito al punto di accesso e finanziato dalla fiscalità generale. Una fiscalità alla quale, per definizione, chi vive e paga le tasse all’estero non partecipa.

Qui la frattura si allarga. La sanità pubblica italiana è sostenuta ogni anno da lavoratori e imprese che versano imposte e contributi. In un momento storico in cui le liste d’attesa si allungano e le risorse sono limitate, l’idea che chi ha scelto di sottrarsi al sistema fiscale possa accedere alle stesse prestazioni senza contribuire neppure con un euro genera un senso diffuso di ingiustizia. Il principio di universalità non può essere confuso con l’assenza totale di reciprocità.

Non si tratta di mettere in discussione l’appartenenza nazionale, né di negare assistenza in situazioni di emergenza. Ma è lecito interrogarsi sull’equilibrio tra diritti e doveri. La tutela consolare ha un costo, così come l’eventuale rimpatrio assistito in situazioni critiche. E ogni euro speso è denaro pubblico proveniente da chi resta e paga. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!