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Guerra in Iran, Caro Carburanti: il governo valuta la riduzione anticiclica dell’Iva

Con la guerra in Iran che fa impennare il prezzo del petrolio oltre gli 80 dollari al barile, il governo Meloni è sotto pressione per intervenire sui prezzi dei carburanti attraverso l’accisa mobile o una riduzione anticiclica dell’IVA.

L’escalation militare in Medio Oriente, innescata dagli attacchi coordinati di Israele e Stati Uniti contro l’Iran a partire dal 28 febbraio 2026, ha prodotto in pochi giorni effetti tangibili e immediati sui prezzi dei carburanti alla pompa in tutta Italia, riaprendo un dibattito politico ed economico che il governo Meloni non può più rimandare.

Le operazioni militari, che il presidente americano Donald Trump ha descritto come potenzialmente destinate a protrarsi “anche quattro o cinque settimane”, hanno subito riverberato i propri effetti sui mercati energetici internazionali, con il prezzo del greggio Brent che ha superato la soglia degli 80 dollari al barile, valore sensibilmente superiore alle stime contenute nell’ultimo Documento di finanza pubblica, che indicava un riferimento di 66,1 euro per il 2026. L’impatto sui listini italiani è stato immediato: a partire dal 2 marzo, chi si è recato ai distributori ha trovato la benzina in modalità self a una media di 1,67 euro al litro, mentre il gasolio ha raggiunto 1,73 euro al litro, con punte in autostrada che si avvicinano pericolosamente alla soglia psicologica dei 2,5 euro al litro per il diesel servito.

I rincari, rilevati settimanalmente dall’Osservatorio Prezzi del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, fotografano un incremento medio del 5,5% per il gasolio e di oltre il 3% per la benzina rispetto alla settimana precedente all’inizio del conflitto. Una dinamica che ha spinto l’opposizione a chiedere un intervento urgente del governo: il senatore dem Antonio Misiani ha dichiarato senza mezzi termini che “i prezzi dei carburanti stanno andando rapidamente fuori controllo e il governo deve intervenire con decisione”, richiamando l’esecutivo a una risposta concreta e immediata.

La risposta di Palazzo Chigi, almeno in una prima fase, si è limitata all’attivazione del sistema di monitoraggio denominato “Mister Prezzi”, uno strumento gestito dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy guidato da Adolfo Urso, che ha il compito di verificare la presenza di aumenti anomali o ingiustificati dei listini. Lo ha confermato la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un’intervista a RTL 102.5, lasciando intendere che il governo è in una fase di attesa e valutazione prima di adottare misure più incisive. Nel dibattito politico, tuttavia, si fa sempre più strada l’ipotesi di una riduzione dell’IVA sui carburanti con carattere anticiclico, ossia calibrata in modo da intervenire nei momenti di maggiore pressione sui prezzi per calmierare l’impatto sulle famiglie e sulle imprese.

Il quadro normativo esistente offre già uno strumento operativo in tal senso, noto come “accisa mobile”, introdotto originariamente con la legge finanziaria del 2008 su iniziativa dell’allora ministro dello Sviluppo Economico Pier Luigi Bersani, e successivamente modificato dal governo Meloni stesso nel gennaio 2023. Il meccanismo consente al ministro dell’Economia – oggi Giancarlo Giorgetti – di concerto con il titolare del dicastero dell’Ambiente, di ridurre temporaneamente le accise sui carburanti ogniqualvolta l’aumento del prezzo del petrolio produca maggiori entrate IVA nelle casse dello Stato. La logica sottostante è di natura compensativa: se il greggio sale e le compagnie petrolifere adeguano i listini, il gettito fiscale derivante dall’IVA – che si applica in percentuale sul prezzo finale – cresce automaticamente, generando un surplus di entrate che può essere reindirizzato verso un alleggerimento fiscale a beneficio dei consumatori.

La revisione del 2023 ha peraltro reso il meccanismo più reattivo rispetto alla formulazione originaria: non è più necessario che le quotazioni internazionali del petrolio registrino un incremento di almeno il 2% per attivare la leva dell’accisa mobile; è sufficiente che il prezzo medio del bimestre precedente superi il valore di riferimento indicato nel Documento di finanza pubblica. Alla luce delle quotazioni attuali, ben oltre gli 80 dollari al barile contro i 66,1 euro stimati, la condizione risulterebbe già soddisfatta, e Giorgetti potrebbe tecnicamente agire nell’immediato senza attendere ulteriori sviluppi sul fronte bellico o nuove deliberazioni parlamentari.

L’eventuale riduzione dell’IVA con funzione anticiclica, ovvero strutturata in modo da abbassarsi automaticamente al crescere dei prezzi internazionali del greggio e risalire al loro calare, rappresenterebbe invece un intervento di natura diversa e più complessa sul piano legislativo, richiedendo una modifica normativa che vada oltre i poteri regolamentari del MEF. Alcuni economisti e osservatori del settore energetico suggeriscono che un meccanismo di questo tipo potrebbe offrire maggiore stabilità e prevedibilità rispetto all’utilizzo discrezionale dell’accisa mobile, che per sua natura dipende dalla volontà politica del momento e non garantisce una risposta automatica ai rincari.

Il contesto in cui si inserisce questa riflessione è ulteriormente complicato dalle decisioni già adottate nella legge di Bilancio 2026, che ha introdotto una rimodulazione strutturale delle accise: dal 1° gennaio 2026 l’accisa sulla benzina è stata ridotta di 4,05 centesimi di euro al litro, mentre quella sul gasolio è stata aumentata della stessa misura, portando entrambe le aliquote al livello unificato di 672,90 euro per mille litri. Una scelta giustificata dall’esigenza di eliminare un sussidio ambientalmente dannoso che per anni aveva avvantaggiato il diesel rispetto alla benzina, ma che ha di fatto prodotto un maggiore gettito per lo Stato, visto che i consumi di gasolio in Italia sono storicamente superiori a quelli della benzina.

L’evoluzione del conflitto in Iran rimane la variabile determinante. Le operazioni militari di Israele e Stati Uniti contro le infrastrutture strategiche iraniane – impianti missilistici, capacità navale e siti di produzione di droni – hanno già provocato tensioni nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi più critici per il transito del petrolio mondiale, con i Pasdaran che hanno attaccato almeno una petroliera nell’area. Qualora il conflitto si prolungasse o si allargasse a coinvolgere altri attori regionali, l’impatto sui mercati energetici potrebbe intensificarsi ulteriormente, rendendo ancora più urgente una risposta coordinata da parte del governo italiano sul fronte del caro carburanti. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!