Scarica l'App NewsRoom.
Non perderti le ULTIME notizie e le ALLERTA METEO in tempo reale.

Scarica GRATIS

Pioggia di detriti dallo Spazio, gigante della NASA sta precipitando sulla Terra

La sonda NASA Van Allen Probe A dal peso di 600 kg sta per rientrare nell’atmosfera dopo quasi 14 anni in orbita.

Un pezzo importante della storia dell’esplorazione spaziale sta per concludere il proprio viaggio con un rientro spettacolare nell’atmosfera terrestre. Tra oggi e domani la sonda Van Allen Probe A, un satellite della NASA dal peso di circa 600 chilogrammi, terminerà la sua missione con una discesa incontrollata verso il nostro pianeta dopo quasi quattordici anni trascorsi nello spazio.

Il veicolo scientifico, progettato per studiare uno degli ambienti più estremi che circondano la Terra, rientrerà nell’atmosfera con un fenomeno simile a una brillante meteora artificiale. La previsione attuale indica il rientro intorno alle 23:45 UTC, ovvero le 00:45 dell’11 marzo in Italia, con un margine di incertezza che può arrivare fino a 24 ore. Il monitoraggio è affidato ai radar e ai sistemi di tracciamento della U.S. Space Force, che seguono costantemente la traiettoria dei detriti orbitali per prevedere con la massima precisione il momento della disintegrazione.

Come avviene nella maggior parte dei rientri di satelliti dismessi, la struttura della sonda verrà quasi completamente vaporizzata dall’intenso attrito con l’atmosfera. Durante la discesa, il veicolo attraverserà strati sempre più densi dell’aria a velocità superiori ai 25.000 chilometri orari, generando temperature di migliaia di gradi. Gran parte dei componenti strutturali si frantumerà e brucerà prima di raggiungere il suolo, anche se alcuni elementi particolarmente resistenti – come parti dei serbatoi o componenti in titanio – potrebbero sopravvivere al rientro.

Gli esperti sottolineano tuttavia che il rischio per la popolazione è estremamente basso. Le stime indicano una probabilità di circa 1 su 4.200 che eventuali frammenti possano causare danni a persone o infrastrutture. La ragione è principalmente geografica: oltre il 70% della superficie terrestre è coperta dagli oceani, mentre vaste aree continentali sono disabitate. Statisticamente è quindi molto più probabile che i residui finiscano la loro corsa in mare aperto.

Al di là dell’evento spettacolare del rientro, la sonda rappresenta uno dei progetti scientifici più importanti dell’ultimo decennio nello studio dell’ambiente spaziale vicino alla Terra. Lanciata nell’agosto 2012 insieme alla gemella Van Allen Probe B, la missione – inizialmente chiamata Radiation Belt Storm Probe – aveva l’obiettivo di indagare le misteriose Fasce di Van Allen, enormi anelli di particelle energetiche intrappolate dal campo magnetico terrestre.

Queste regioni dello spazio circumterrestre rappresentano uno degli ambienti più ostili per i satelliti e per gli astronauti. Tempeste solari e variazioni del vento solare possono alterare rapidamente l’intensità delle radiazioni, creando condizioni potenzialmente pericolose per le tecnologie in orbita. Le due sonde hanno permesso di studiare questi fenomeni con una precisione mai raggiunta prima, muovendosi su un’orbita altamente ellittica che variava da circa 618 chilometri fino a oltre 30.000 chilometri dalla Terra.

I risultati scientifici sono stati fondamentali per comprendere meglio il cosiddetto Space Weather, il “meteo spaziale” generato dall’attività della nostra stella. Le informazioni raccolte hanno contribuito a migliorare i modelli di previsione delle tempeste solari, che possono danneggiare satelliti per telecomunicazioni, disturbare i sistemi GPS e, nei casi più estremi, causare blackout nelle reti elettriche terrestri. Le missioni sono state disattivate ufficialmente nel 2019, ma l’enorme quantità di dati scientifici continua ancora oggi a essere analizzata.

Curiosamente, la fine anticipata della Van Allen Probe A è legata proprio al comportamento del Sole. Quando la missione venne pianificata, gli ingegneri stimavano che il rientro naturale sarebbe avvenuto non prima del 2034. Tuttavia negli ultimi anni l‘attività solare è aumentata significativamente, provocando un riscaldamento dell’alta atmosfera terrestre. Questo fenomeno fa espandere gli strati superiori dell’atmosfera, aumentando la resistenza aerodinamica che agisce sui satelliti in orbita bassa.

Questo “drag atmosferico” ha progressivamente rallentato la sonda, riducendone l’orbita fino a portarla verso il rientro anticipato. Anche la gemella Probe B sta subendo lo stesso effetto, sebbene in misura minore: secondo le attuali previsioni dovrebbe rientrare non prima del 2030.

Il ritorno della Van Allen Probe A non rappresenta quindi solo la fine di una missione, ma anche l’ennesima dimostrazione di quanto l’ambiente spaziale sia dinamico e influenzato dall’attività della nostra stella. Un promemoria che lo spazio attorno alla Terra non è affatto vuoto e immutabile, ma un sistema complesso in cui Sole, atmosfera e tecnologia orbitale sono strettamente collegati. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!