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Giorgio Mulè: “Schizzo di fango giudiziario contro di me, Procura di Roma ne risponderà”

Il vicepresidente Fi della Camera Giorgio Mulè replica alla diffusione del suo nome in un’inchiesta della Procura di Roma sugli appalti alla Difesa: non è indagato, denuncia una strumentalizzazione post-referendaria e annuncia che la Procura risponderà per non aver tutelato la sua reputazione.

Il vicepresidente di Forza Italia della Camera, Giorgio Mulè, è tornato a farsi sentire con forza dopo che il suo nome è comparso sulle pagine di Repubblica in relazione a un’inchiesta della Procura di Roma su presunti appalti pilotati al ministero della Difesa, a Terna, a Rete Ferroviaria Italiana e al Polo strategico nazionale, pur non risultando indagato né presente negli atti di perquisizione e sequestro. “Uno schizzo di fango, destinato a sporcare chi lo ha lanciato, mi tira in ballo su una vicenda giudiziaria in corso“, ha dichiarato Mulè, annunciando che la Procura di Roma “sarà chiamata a rispondere” per non aver saputo tutelare la reputazione di un cittadino estraneo all’indagine.

L’inchiesta, coordinata dalla Procura di Roma, conta ventisei indagati e ruota attorno a un presunto sistema di appalti pilotati e fondi neri, con al centro la figura dell’imprenditore Francesco Dattola e con il coinvolgimento di alcuni ufficiali dell’Esercito. Le perquisizioni hanno interessato uffici del ministero della Difesa e di diverse società strategiche nazionali, mentre lo stesso ministero ha assicurato fin dall’inizio “pieno supporto e massima collaborazione” ai magistrati inquirenti. Le indagini sarebbero partite proprio da una segnalazione interna al dicastero, che aveva individuato comportamenti sospetti tra i propri funzionari.

Il nome di Mulè non compare negli atti ufficiali di perquisizione e sequestro, ma sarebbe stato citato da una persona sospettata, secondo quanto riportato dal quotidiano Repubblica, che ha avuto accesso a materiale proveniente dal fascicolo investigativo. La diffusione di quella notizia ha scatenato in poche ore una bufera mediatica sul vicepresidente della Camera, il quale ha replicato con nettezza: “Aver fatto uscire sulla stampa il mio nome – che non compare negli atti di perquisizione e sequestro, non essendo ovviamente indagato né in alcun modo coinvolto in questa indagine – rappresenta un atto del quale la Procura di Roma, che si è dimostrata incapace di tutelare la reputazione di un cittadino estraneo all’indagine, sarà chiamata a rispondere“.

L’esponente di Forza Italia ha poi aggiunto un ulteriore elemento di natura politica, sottolineando come la tempistica della diffusione della notizia non sia, a suo avviso, casuale: “Ovviamente è del tutto casuale che ciò sia avvenuto subito dopo la campagna referendaria che mi ha visto fieramente opposto al capo di quella Procura protagonista dell’inchiesta“. Un riferimento esplicito alla recente tornata referendaria, nella quale Mulè ha assunto una posizione pubblica e visibile in contrasto con il vertice della stessa Procura di Roma, lasciando intendere come la divulgazione del suo nome possa essere letta in una chiave di strumentalizzazione politico-giudiziaria.

Mulè ha tenuto inoltre a precisare il contesto del proprio operato istituzionale, spiegando che il ruolo svolto da Sottosegretario alla Difesa e quello attuale in Commissione Difesa della Camera lo hanno portato, nel tempo, a effettuare “un numero imprecisato di segnalazioni per trasferimenti o promozioni di appartenenti alle forze armate”, una prassi che a suo dire rientra pienamente nelle prerogative e nei doveri del suo ufficio, sempre nel rispetto di regole e procedure. Ha sottolineato con forza che tali attività sono state condotte “nell’interesse del Paese” e mai con il fine di forzare meccanismi amministrativi o favorire singoli soggetti.

La vicenda solleva interrogativi delicati sul tema della riservatezza degli atti giudiziari e sulla protezione della reputazione delle persone che, pur comparendo in documenti investigativi come mere citazioni di terzi, si trovano a subire conseguenze mediatiche di rilievo prima ancora che qualsiasi accertamento giudiziario abbia fatto il proprio corso. Il Foglio ha evidenziato come non sia chiaro in quale modo Repubblica abbia potuto accedere agli “atti di indagine”, in linea di principio coperti da segreto istruttorio, né da quale fonte specifica sia emerso il riferimento a Mulè, sollevando così la questione più ampia delle fughe di notizie dagli uffici giudiziari italiani.

La questione delle cosiddette “gogne mediatiche”, ovvero la diffusione pubblica di nomi di persone citate in procedimenti penali senza che esse rivestano la qualità di indagati, è un tema ricorrente nel dibattito italiano sulla giustizia e sull’informazione giudiziaria. In questo caso la dinamica si è ripetuta con esiti particolarmente visibili, dato il profilo istituzionale di Mulè: nel giro di pochi minuti dalla pubblicazione dell’articolo di Repubblica, il suo nome era già oggetto di commenti e attacchi sui social network, in assenza di qualsiasi elemento che lo collegasse direttamente alle condotte al vaglio degli inquirenti.

Il ministero della Difesa, da parte sua, ha confermato di avere già collaborato con i magistrati fin dall’avvio delle indagini, precisando di aver esso stesso avviato la segnalazione che ha portato all’apertura del fascicolo. L’istituzione ha ribadito la propria disponibilità a fornire ogni elemento utile all’accertamento della verità, dissociandosi implicitamente da qualsiasi tentativo di ostacolo nei confronti dell’autorità giudiziaria. Spetterà ora ai giudici valutare la fondatezza delle accuse formulate nei confronti dei ventisei soggetti iscritti nel registro degli indagati, mentre Mulè ha preannunciato di non voler lasciare cadere nel vuoto quanto accaduto, ritenendo leso il proprio diritto alla reputazione. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!