Il primo scontro diretto in Aula tra Elly Schlein e Giorgia Meloni dopo il referendum costituzionale si è consumato il 9 aprile 2026 a Montecitorio, al termine dell’informativa urgente della Presidente del Consiglio alla Camera dei Deputati. La segretaria del Partito Democratico ha trasformato il proprio intervento in un attacco frontale al governo, richiamando l’esito referendario come prova di un mandato popolare contro l’esecutivo e aprendo una sfida esplicita per Palazzo Chigi.
“Presidente, il suo è stato un discorso di autoconvincimento“, ha esordito Schlein rivolgendosi direttamente a Meloni. “Lei ci sfida, ma le do una notizia: l’avete già persa quella sfida, perché avete sfidato la Costituzione e il popolo sovrano vi ha battuto nelle urne”. La leader dem ha costruito il proprio intervento attorno alla vittoria del “no” al referendum costituzionale di fine marzo 2026, presentandola come una sconfitta politica dell’intero centrodestra e non solo come il rigetto tecnico di una riforma. Secondo Schlein, il voto ha espresso una maggioranza alternativa al governo che ora attende di essere rappresentata in Parlamento, e il Partito Democratico si candidata a guidare quella rappresentanza.
L’intervento si è concluso con una standing ovation dell’opposizione e con abbracci ai colleghi dem, in un clima di evidente entusiasmo tra i banchi del centrosinistra. Schlein ha dichiarato che spetterà alle opposizioni «costruire l’alternativa con gli alleati e tra le persone e riuscire finalmente ad attuare fino in fondo la Costituzione», utilizzando gli articoli della Carta — su lavoro, sanità, scuola, uguaglianza — come schema programmatico di un futuro governo di centrosinistra.
I temi dell’attacco: economia, sanità e politica estera
Nel merito, l’attacco della segretaria dem si è articolato su più fronti. Sul piano economico, Schlein ha citato dati secondo cui negli ultimi quattro anni gli stipendi reali si sarebbero abbassati di nove punti percentuali, mentre il costo del carrello della spesa sarebbe aumentato del 25 per cento. Ha inoltre denunciato una crescita ferma a zero e un calo della produzione industriale protrattosi per tre anni consecutivi, imputando la tenuta dell’economia esclusivamente ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che la maggioranza di centrodestra non aveva votato nella sua fase di approvazione. «Se non ci fosse stato il PNRR, che voi non avevate nemmeno votato, saremmo già in recessione», ha detto.
Sul fronte sociale, Schlein ha ricordato le promesse elettorali non mantenute: le pensioni minime portate a mille euro — «aumentate di un paio di caffè», ha ironizzato —, il calo delle nascite nonostante gli annunci sulla denatalità, e l’aumento dei reati in contraddizione con le politiche di sicurezza del governo. La leader dem ha quindi attaccato la gestione dei centri per migranti in Albania, definiti «illegali», e ha proposto di riorientare quelle risorse verso il potenziamento delle forze dell’ordine e l’aumento dei loro stipendi.
In materia di politica estera, Schlein ha denunciato quella che ha definito una «subalternità a Trump», accusando il governo di non saper prendere posizione chiara nei confronti degli Stati Uniti e di Israele. Ha citato in particolare il mancato richiamo a Netanyahu dopo la violazione della tregua in Libano e il silenzione del governo di fronte alle recenti minacce commerciali dell’amministrazione Trump. «Non denunciamo solo la vostra subalternità a Trump ma anche il fatto che non riuscite a scegliere l’Europa», ha detto.
Il referendum come spartiacque
Il filo conduttore dell’intero intervento è stato il risultato del referendum costituzionale del marzo 2026, con cui gli italiani hanno respinto la riforma voluta dalla maggioranza. Schlein ha descritto quella consultazione come un momento in cui «15 milioni di elettori hanno detto no per difendere la Costituzione», sostenendo che «in questi quattro anni ogni scelta del governo è andata nella direzione opposta rispetto ad attuare pienamente la nostra Costituzione». L’esito referendario, a suo giudizio, non è stato solo il rigetto di una riforma della giustizia, ma l’espressione di un disagio più profondo nei confronti dell’esecutivo.
La segretaria dem ha anche fatto riferimento all’articolo 3 della Costituzione sull’uguaglianza per attaccare quella che ha definito una politica di abbandono del Mezzogiorno: «togliendo fondi alle infrastrutture, negando il supporto al reddito, negando il salario minimo». Ha quindi rimproverato al governo di non aver destinato fondi concreti all’autonomia differenziata, definendo l’esecutivo Meloni «it governo più antimeridionalista della storia di questo Paese». Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
