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Conte: “Dobbiamo comprare il gas russo perché costa meno ed è più conveniente” ma non è vero

Le parole di Conte e di altri esponenti politici si scontrano con la realtà dei mercati energetici: il prezzo del gas in Europa è unico e indipendente dalla provenienza.
Credit © Agenzia Vista

Le dichiarazioni pronunciate il 18 aprile a Roma da Giuseppe Conte, a margine di un evento del Movimento 5 Stelle, riaccendono il dibattito sul costo dell’energia in Europa nel pieno della nuova crisi internazionale legata al conflitto nel Golfo Persico. In quell’occasione, l’ex presidente del Consiglio ha definito «una follia» continuare ad acquistare gas dagli Stati Uniti, sostenendo che «c’è del gas disponibile, che costa molto meno, quello russo» e che sarebbe «più conveniente per le nostre imprese e per i nostri cittadini». Una posizione ribadita più volte nel tempo e condivisa, secondo lo stesso impianto argomentativo, anche da esponenti della Lega e di Futuro Nazionale.

Si tratta di una tesi politicamente efficace, ma che non regge a un’analisi approfondita dei meccanismi di mercato e dell’evoluzione recente delle forniture energetiche italiane. Il contesto, innanzitutto, è radicalmente cambiato: l’Italia importa circa il 95 per cento del gas che consuma e, dopo l’invasione dell’Ucraina, ha ridisegnato in modo significativo la propria rete di approvvigionamento. Se nel 2021 la Russia copriva circa il 40 per cento delle importazioni, oggi il quadro vede l’Algeria come primo fornitore, seguita da Azerbaijan, Qatar, Paesi del Nord Europa e Stati Uniti, mentre le forniture russe si sono quasi azzerate dall’inizio del 2025 con la fine del transito attraverso l’Ucraina.

Ma è soprattutto sul piano dei costi che la narrazione proposta da Conte mostra le sue debolezze. L’argomento centrale (ripreso anche da altri attori politici) è che il gas statunitense, trasportato in forma liquefatta (GNL), comporti costi aggiuntivi dovuti ai processi di liquefazione, trasporto via nave e rigassificazione, rendendolo meno competitivo rispetto al gas russo trasportato via gasdotto. Questo è vero solo in parte. Se infatti tali passaggi industriali comportano un costo stimato intorno ai 12 euro per megawattora, il prezzo di partenza del gas americano sul mercato Henry Hub si aggira attorno agli 8 euro per megawattora. Il costo finale per l’arrivo in Europa si attesta quindi intorno ai 20 euro per megawattora.

Questo valore resta significativamente inferiore rispetto al prezzo di riferimento europeo, il TTF, che si colloca intorno ai 40 euro per megawattora. Il punto decisivo è proprio questo: nel mercato europeo il gas, una volta immesso nella rete, viene scambiato a un prezzo unico determinato dall’equilibrio tra domanda e offerta. Non conta quindi quanto sia costato estrarlo o trasportarlo, ma il prezzo di mercato al momento della vendita.

A confermare questa dinamica è stato anche Claudio Descalzi, che ha chiarito come l’idea di un gas russo più economico sia «uno statement sbagliato». Descalzi ha spiegato che il gas russo «costava meno ai russi», ma non necessariamente agli acquirenti europei, aggiungendo che in passato ENI ha registrato perdite proprio perché acquistava gas a prezzi contrattuali superiori a quelli di mercato. Un elemento che smonta ulteriormente la convinzione secondo cui tornare alle forniture russe garantirebbe automaticamente un risparmio.

Va inoltre considerata la struttura dei contratti storicamente stipulati con Mosca. Le forniture erano regolate da accordi di lungo periodo con clausole come il “take-or-pay”, che obbligavano a pagare volumi minimi anche in assenza di ritiro effettivo. I prezzi, per anni indicizzati al petrolio — in particolare al Brent — risultavano spesso più elevati rispetto ai valori di mercato europei. Solo in una fase successiva questi contratti sono stati collegati al TTF, ma con ritardi temporali che hanno prodotto oscillazioni: in alcuni periodi il gas russo risultava più conveniente, in altri decisamente meno.

Alla luce di questi elementi, la dichiarazione secondo cui il gas russo sarebbe “più conveniente per cittadini e imprese” appare una falsità che non tiene conto del funzionamento reale del mercato energetico europeo. Il prezzo finale pagato da famiglie e aziende non dipende dalla provenienza del gas, ma da un sistema di scambi integrato e globalizzato, in cui il riferimento è unico e condiviso.

Il rischio, nel dibattito politico, è quello di alimentare una narrazione che richiama un passato di energia a basso costo senza considerare che quel modello era basato su condizioni contrattuali e geopolitiche oggi superate. In un mercato sempre più interconnesso, la competitività non si gioca sulla singola fonte, ma sulla capacità di diversificare, negoziare e adattarsi a dinamiche globali complesse. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!