Un’operazione della Marina israeliana nelle acque internazionali a ovest di Creta ha innescato una nuova crisi diplomatica e politica attorno al conflitto in Medio Oriente. Nella notte, diverse imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, dirette verso Gaza con aiuti umanitari, sono state intercettate, mentre a bordo si trovavano centinaia di attivisti internazionali. Secondo quanto riferito dal ministero degli Esteri di Israele, circa 175 persone sono state fermate e 21 imbarcazioni bloccate, nell’ambito di un’operazione giustificata dalle autorità come misura di sicurezza.
La versione degli attivisti è diametralmente opposta. In una nota diffusa nella notte, la Global Sumud Flotilla parla di “rapimento di civili” e di una “escalation pericolosa e senza precedenti”, denunciando un intervento armato in acque internazionali a oltre 960 chilometri da Gaza. Secondo il racconto dei partecipanti, alcune imbarcazioni sarebbero state rese inoperative e gli equipaggi costretti ad arrendersi sotto la minaccia delle armi. Video circolati sui canali social mostrerebbero momenti concitati con soldati armati a bordo e civili con le mani alzate.
Il governo israeliano ha diffuso a sua volta materiale video sostenendo di aver trovato “preservativi e droga” su una delle barche intercettate, in un tentativo evidente di delegittimare la natura umanitaria della missione. Una narrazione respinta con forza dagli organizzatori, che ribadiscono la finalità esclusivamente civile dell’iniziativa e denunciano la violazione del diritto internazionale marittimo.
Il tracker nautico pubblicato dagli attivisti indica che almeno 22 imbarcazioni risultavano intercettate nelle prime ore del mattino, mentre altre 36 continuavano la navigazione, alcune dirette verso la costa meridionale di Creta. La portata dell’operazione, secondo fonti israeliane, sarebbe legata alle dimensioni della flottiglia, composta da oltre cento navi e circa mille persone, elemento che avrebbe spinto Tel Aviv ad agire lontano dalle proprie coste.
Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha attivato l’Unità di crisi e le ambasciate a Tel Aviv e Atene per verificare la presenza e le condizioni di eventuali cittadini italiani coinvolti. Dura anche la posizione della Turchia, che ha definito l’operazione “un atto di pirateria” e una violazione dei principi umanitari.
Dal fronte degli attivisti, il portavoce Gur Tsabar ha parlato apertamente di “attacco contro civili disarmati”, sottolineando come Israele non abbia giurisdizione nelle acque in cui è avvenuta l’intercettazione. La richiesta è quella di un intervento immediato della comunità internazionale per garantire la sicurezza dei passeggeri e il rispetto del diritto internazionale.
In Italia, Freedom Flotilla Italia ha espresso “piena e incondizionata solidarietà” agli attivisti, denunciando un episodio di estrema gravità e sollecitando una presa di posizione netta da parte del governo e dell’Unione europea. L’organizzazione chiede l’attivazione di canali diplomatici urgenti e l’adozione di misure coerenti con il diritto internazionale, in un contesto già segnato da forti tensioni e da una crisi umanitaria crescente.
L’episodio rischia ora di aprire un nuovo fronte di scontro politico e giuridico, con implicazioni che vanno ben oltre l’area del Mediterraneo orientale, mettendo al centro il tema della libertà di navigazione e della tutela delle missioni civili in scenari di conflitto. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
