Urbano Cairo rompe il silenzio e lo fa in aula, davanti ai magistrati, nel corso della sua testimonianza nel processo a carico di Salvatore Baiardo, l’ex gelataio di Omegna accusato di calunnia aggravata dall’agevolazione a Cosa nostra. Un passaggio giudiziario che, indirettamente, riporta al centro della scena anche le tensioni consumatesi tra il patron di La7 e Massimo Giletti, legate alla chiusura improvvisa di “Non è l’Arena”.
Secondo quanto emerso, Cairo ha respinto in modo netto ogni ricostruzione che riconduca la fine del programma a pressioni esterne, in particolare da parte di Silvio Berlusconi. Davanti ai pm, l’editore ha chiarito di non aver mai ricevuto telefonate di lamentela né di aver esercitato pressioni sul conduttore affinché incontrasse il fondatore di Forza Italia. Un punto ribadito con fermezza anche alla luce del rapporto personale e professionale con Berlusconi, che Cairo ha ricordato nei suoi contorni storici: quattordici anni di collaborazione conclusi con un licenziamento nel 1995, circostanza che, nelle sue parole, escluderebbe qualsiasi ruolo di “uomo di riferimento”.
La distanza tra Cairo e Giletti emerge con chiarezza anche sul piano personale. L’editore ha dichiarato infatti: “Non l’ho mai più incontrato dopo il 15 febbraio 2023”, segnando una frattura definitiva nei rapporti. Ma è sul piano economico che Cairo concentra il cuore della sua ricostruzione, offrendo una spiegazione dettagliata e numericamente circostanziata della decisione aziendale.
“Quanto detto da Giletti è una falsità”, ha affermato senza mezzi termini, per poi entrare nel merito dei conti del programma. “Non è l’Arena”, ha spiegato, avrebbe registrato un progressivo calo di ascolti, passando dal 7,1% di share nel 2017 al 4,9% nell’aprile 2023, con conseguente contrazione dei ricavi pubblicitari. A fronte di costi elevati – 160 mila euro per puntata, ai quali si aggiungevano 25 mila euro per gli ospiti e 40 mila euro di compenso per il conduttore – il programma generava nell’ultimo anno appena 78 mila euro medi a puntata sul piano pubblicitario.
Il risultato, secondo Cairo, è stato un disavanzo strutturale e crescente: 2 milioni di euro di perdite nel primo anno, 3 milioni nel secondo, 4,5 milioni nel terzo, 3,3 milioni nel quarto, 4,2 milioni nel quinto e 4 milioni nel sesto, per un totale complessivo di 21 milioni e 300 mila euro in sei anni. Una cifra che, nella ricostruzione dell’editore, rappresenta la vera ragione della chiusura del programma e che esclude qualsiasi interferenza esterna o pressione politica.
La testimonianza di Cairo, dunque, interviene in modo diretto su una delle vicende televisive più discusse degli ultimi anni, offrendo una versione dei fatti che ribalta le letture più politiche e riconduce la decisione a una valutazione puramente economica. Resta aperto il confronto, anche mediatico, con Giletti, ma sul piano giudiziario l’editore ha tracciato una linea chiara, supportata da numeri e dichiarazioni nette. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
