Comunità marocchina: “Cartelli in arabo sui fiumi per evitare gli annegamenti”

La richiesta di segnaletica in arabo divide: tra l’urgenza di prevenire nuove vittime e il rischio di aggirare il nodo dell’integrazione linguistica, il dibattito si sposta sul futuro della convivenza civile.

Ogni estate la Lombardia si trova a fare i conti con una scia di tragedie che si ripete con drammatica puntualità: giovani che perdono la vita nei fiumi e nei laghi, spesso dopo essersi tuffati in zone vietate o pericolose. Un fenomeno serio, che richiede risposte altrettanto serie. Eppure, la proposta avanzata dalla comunità marocchina di introdurre cartelli di pericolo in lingua araba appare più come una fuga dalla realtà che una soluzione concreta.

A colpire è innanzitutto un dato: secondo lo stesso Yahya El Matouat, presidente dell’associazione Smis, le vittime sono in gran parte adolescenti e giovani. È lecito allora porsi una domanda che molti evitano: com’è possibile che ragazzi cresciuti o comunque stabilmente presenti in Italia non comprendano cartelli scritti in italiano? Il nodo non è la traduzione, ma l’integrazione.

Pensare di risolvere il problema moltiplicando le lingue nella segnaletica pubblica significa spostare l’attenzione dal cuore della questione. Uno Stato non può inseguire ogni comunità adattando continuamente i propri strumenti comunicativi. Oggi l’arabo, domani il cinese, poi l’hindi? Una deriva che rischia di trasformare lo spazio pubblico in un insieme frammentato, dove viene meno qualsiasi riferimento comune.

La lingua non è un dettaglio secondario, ma il fondamento della convivenza civile. Comprendere un divieto, riconoscere un pericolo, rispettare una regola: tutto passa da lì. È quindi dovere di chi vive in Italia, a maggior ragione delle nuove generazioni, conoscere l’italiano. Non per una questione ideologica, ma per una necessità concreta di sicurezza e responsabilità.

Continuare a invocare cartelli tradotti rischia di diventare un alibi, una soluzione facile che evita di affrontare il problema vero: l’insufficiente integrazione linguistica e culturale. Le istituzioni devono certo rafforzare controlli e campagne di prevenzione, ma senza cedere alla logica dell’adattamento indiscriminato. Perché la sicurezza non si costruisce moltiplicando le lingue, ma condividendone una, quella ufficiale della nazione che accoglie! Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!