L’Atlantico potrebbe dettare il ritmo dei prossimi mesi, portando sull’Europa occidentale fasi miti, piogge e vento, ma è nella seconda parte dell’inverno 2026-2027 che si concentra l’incognita più interessante: la possibilità che la circolazione cambi bruscamente e apra la strada ad aria molto fredda verso il continente. È la sequenza al centro delle nuove analisi stagionali: prima un autunno e un avvio d’inverno influenzati dalle correnti oceaniche, poi il possibile indebolimento del vortice polare, mentre nel Pacifico si rafforza un El Niño di intensità eccezionale. Per capire cosa potrebbe accadere in Italia bisogna seguire entrambi i passaggi, perché piogge autunnali e gelo invernale dipendono da configurazioni atmosferiche diverse.
L’Atlantico spinge verso l’Europa, il Mediterraneo conserva il calore dell’estate
Tra ottobre e novembre 2026, l’elemento da osservare è la disposizione delle basse pressioni sul vicino Atlantico. Le proiezioni di Météo-France per il trimestre settembre-novembre indicano come più probabile una pressione inferiore alla norma in quell’area, accompagnata da temperature mediamente superiori alle medie in Francia e da un segnale di maggiore piovosità nella parte occidentale del Paese. Una configurazione di questo tipo può favorire l’ingresso di perturbazioni verso l’Europa occidentale; il loro percorso effettivo, però, determinerà se raggiungeranno anche il Mediterraneo centrale oppure scorreranno più a nord.
Il Mediterraneo arriva a questa fase dopo un’estate segnata da temperature marine eccezionalmente elevate, soprattutto nel settore nord-occidentale. Quando una saccatura atlantica raggiunge un mare ancora caldo, l’aria può caricarsi di umidità e alimentare precipitazioni intense, a condizione che intervengano anche instabilità atmosferica, venti favorevoli e una disposizione delle pressioni capace di mantenere i fenomeni sulla stessa zona. In Italia, Liguria, alta Toscana e settori alpini e prealpini occidentali sarebbero da seguire con particolare attenzione nel caso di correnti umide da sud-ovest; con minimi depressionari più meridionali, l’attenzione si sposterebbe invece sulle coste tirreniche del Centro-Sud e sulle Isole. Si tratta delle aree esposte a quelle specifiche configurazioni, non di una previsione di eventi alluvionali già localizzati. Lo stesso vale per l’ipotesi di cicloni mediterranei particolarmente intensi: il calore del mare è un ingrediente, ma da solo non ne annuncia la formazione.
Dalla prima parte dell’inverno al possibile ribaltamento
Tra dicembre 2026 e l’inizio di gennaio 2027, la prosecuzione di un flusso occidentale sostenuto favorirebbe sull’Europa nord-occidentale il passaggio di fronti, vento e temperature relativamente miti. È il tipo di evoluzione che il Met Office associa più frequentemente a un forte El Niño nella parte iniziale dell’inverno: il Regno Unito e le regioni affacciate sull’Atlantico avrebbero maggiori possibilità di condizioni umide e perturbate, mentre l’aria più fredda resterebbe confinata più a nord o a est. Sulle Alpi italiane, in una situazione simile, le nevicate dipenderebbero dall’alternanza fra le perturbazioni e la temperatura delle masse d’aria in arrivo; non si può indicare oggi una quota neve valida per l’intero periodo.
È però tra la seconda metà di gennaio e febbraio 2027 che lo scenario potrebbe cambiare. Dopo il picco di El Niño, aumenta la possibilità che il vortice polare stratosferico si indebolisca e che si verifichi un riscaldamento stratosferico improvviso. Se i suoi effetti si propagassero agli strati più bassi dell’atmosfera, la corrente a getto potrebbe diventare più ondulata, favorendo alte pressioni di blocco tra l’Atlantico settentrionale e la Scandinavia. Con un simile assetto le correnti miti occidentali perderebbero forza e quelle fredde settentrionali o orientali avrebbero maggiori possibilità di raggiungere l’Europa. Il punto decisivo, ancora impossibile da risolvere a settembre, è dove si collocherebbe il blocco: pochi spostamenti nella sua posizione cambierebbero la traiettoria del gelo e le regioni coinvolte.
Cosa rischierebbe l’Italia se il freddo scendesse verso sud
Un’irruzione da est o nord-est coinvolgerebbe per primi i settori orientali europei e potrebbe poi raggiungere il Nord-Est italiano e il versante adriatico: Friuli Venezia Giulia, Veneto ed Emilia-Romagna, quindi Marche, Abruzzo, Molise e, se la discesa proseguisse, anche la Puglia. Le nevicate a bassa quota richiederebbero però precipitazioni nel momento in cui l’aria fredda è presente: senza questo incontro, anche un brusco calo delle temperature potrebbe tradursi soprattutto in gelo asciutto. Diversa sarebbe una discesa fredda dalla valle del Rodano o dalla porta di Carcassonne, capace di favorire la formazione di una depressione sul Mediterraneo occidentale; in quel caso l’evoluzione delle nevicate sul Nord-Ovest, sull’Appennino e lungo il versante tirrenico dipenderebbe dalla posizione del minimo e dalla tenuta del freddo nei bassi strati.
È questa la ragione per cui il possibile «grande gelo» europeo non può essere trasformato oggi in una previsione di neve per Milano, Torino, Bologna o Roma. I bollettini stagionali descrivono le condizioni medie su mesi e vaste aree; possono indicare un inverno complessivamente mite anche se al suo interno si verifica un’irruzione fredda intensa. Le elaborazioni disponibili privilegiano infatti temperature superiori alla media per l’inverno europeo nel suo complesso, mentre il rischio di una svolta nella seconda parte della stagione resta legato all’evoluzione del vortice polare e delle alte pressioni. Saranno gli aggiornamenti tra autunno e inizio inverno a mostrare se quella finestra fredda si sta davvero aprendo e, soprattutto, in quale direzione.
Le previsioni meteo vengono elaborate a partire dai dati forniti dai modelli internazionali ECMWF e GFS, successivamente verificati e interpretati dalla redazione di www.newsroomitalia.it
