Dire un no significa anche sopportare la rabbia di un figlio. Ed è proprio quella fatica che, secondo Paolo Crepet, troppi adulti cercano di evitare. Nelle dichiarazioni del 20 ottobre, lo psichiatra torna a contestare un’educazione che rinuncia ai limiti e chiama in causa le piattaforme digitali.
Nell’intervista al Corriere del Veneto, il giudizio sui genitori è netto: «Mi pare evidente che non sanno fare il loro mestiere». Per Crepet, proibire il cellulare o limitare i social richiede di affrontare proteste e tensioni domestiche. Serve inoltre coerenza: gli adulti perdono credibilità quando pretendono comportamenti che loro stessi non rispettano, a partire dall’uso continuo dello smartphone.
La critica alle piattaforme riguarda invece la diffusione delle minacce contro studentesse richiamate nell’intervista. Secondo lo psichiatra, la circolazione online moltiplica l’esposizione delle persone coinvolte e impone controlli effettivi. La sua alternativa è drastica: «oppure i social non possono essere controllati», sostiene, «e allora vanno chiusi». Accanto alle responsabilità degli autori e delle famiglie, Crepet pone dunque quelle di chi gestisce gli strumenti attraverso cui i messaggi vengono amplificati.
Un altro aspetto emerge nell’intervista a La Stampa, pubblicata sempre il 20 ottobre: lo scorrimento incessante dei contenuti, che accosta intrattenimento e tragedie. «Dal bene al male, dal carino all’orrore», osserva Crepet. Il rischio, nella sua lettura, è un appiattimento emotivo: «Così tutto si azzera, i colori si confondono e resta il nero». È la sua interpretazione di un’esperienza digitale nella quale immagini diversissime si succedono senza lasciare il tempo di comprenderle ed elaborarle.
La contestazione degli adulti non si traduce però in una richiesta di sorveglianza continua. Nell’intervento a Ignoto X pubblicato da La7 il 15 ottobre, commentando le aggressioni compiute a Roma da giovani a bordo di una minicar, Crepet ha descritto una contraddizione educativa: «gli diamo libertà inaudite ma poi non crediamo in loro perché li geolocalizziamo». Il bersaglio è un modello che concede molto e contemporaneamente segue ogni spostamento. Nella sua analisi, la fiducia necessaria alla crescita viene così sostituita dal controllo tecnologico, mentre resta irrisolto il problema di preparare i ragazzi alle conseguenze delle proprie azioni.
Sul medesimo caso, in un contributo pubblicato dal programma il 14 ottobre, lo psichiatra aveva pronunciato un’altra frase durissima: «Siamo falliti tutti». Al centro del ragionamento c’era l’indifferenza davanti alla sofferenza della vittima e il mancato soccorso. Crepet aveva richiamato anche il precedente dei sassi lanciati dai cavalcavia a Tortona, per sottolineare che l’incapacità di riconoscere il dolore altrui precede l’esistenza dei social. Attribuire ogni responsabilità alle piattaforme, nella sua prospettiva, lascia quindi senza risposta una questione educativa che attraversa più generazioni.
È una posizione coerente con quanto aveva sostenuto già il 18 settembre, sempre a Ignoto X, intervenendo sul rapporto tra scuola e famiglia. «A forza di essere servi dei figli», aveva affermato, gli adulti rischiano di crescere ragazzi incapaci di accettare un rifiuto, un’interrogazione negativa o un limite. La critica riguardava in particolare i genitori che difendono sistematicamente i figli davanti agli insegnanti. Per Crepet, quella protezione continua può impedire di imparare a tollerare la frustrazione: un compito educativo che richiede agli adulti di mantenere il proprio ruolo anche quando diventa scomodo. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
