Scontri in Pizza, Filippo Facci: “Ecco perché la polizia guarda e non fa un ca**o”. Cos’è la circolare 555

Francia, Germania e Stati Uniti nel duro attacco di Filippo Facci: sul banco degli imputati finiscono la circolare 555, gli arresti rinviati e il prezzo della prudenza in piazza.
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Le vetrine vanno in pezzi, gli incappucciati devastano, gli agenti restano schierati. E chi guarda si pone una domanda tutt’altro che sofisticata: perché non li fermano? È da questa scena che parte Filippo Facci, in un intervento su Facebook nel quale mette sotto accusa la gestione italiana dell’ordine pubblico, indicando nella cosiddetta «circolare 555» il simbolo di una strategia che, nella sua lettura, finisce per rimandare la repressione dei reati mentre i danni si consumano davanti a tutti.

Il giornalista apre senza giri di parole: «Perché gli agenti restano immobili a guardare chi spacca e saccheggia?». E ancora: «Che senso ha filmare i criminali per cercarli più avanti, sapendo che sono mascherati?». La sua risposta rimanda alla circolare firmata il 21 gennaio 2009 dall’allora capo della Polizia Antonio Manganelli, dedicata alla gestione delle manifestazioni di rilievo. Facci ne propone una lettura durissima: «In nome della “pace sociale” si possono sacrificare la tutela immediata della proprietà privata e della legalità». È la sintesi polemica del giornalista, che individua nel contenimento degli scontri una scelta diventata, a suo giudizio, eccessivamente penalizzante per chi subisce devastazioni e saccheggi.

Nella ricostruzione di Facci, il passaggio decisivo arriva dopo il G8 di Genova del 2001, segnato dalla morte di Carlo Giuliani e dalle violenze alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. Da lì sarebbe maturata una gestione più preoccupata di evitare l’escalation, anche per il peso delle successive conseguenze giudiziarie. Il giornalista richiama il Forum sociale europeo di Firenze del novembre 2002 e l’impostazione del prefetto Achille Serra, fondata sul dialogo e sulla rinuncia alle «zone rosse», ricordando però anche una scelta di segno diverso: lo sgombero con la forza del presidio No Tav di Venaus, il 6 dicembre 2005. La circolare Manganelli avrebbe poi reso sistematico il cambiamento, attraverso dialogo, contenimento e riduzione della tensione.

Il punto contestato da Facci è la gerarchia delle conseguenze: una vetrina distrutta può essere considerata un danno sopportabile, mentre una carica con feriti può trasformarsi in un caso politico e giudiziario. Non attribuisce questa impostazione a un solo schieramento: ricorda infatti che Manganelli fu nominato durante il governo Prodi e rimase al vertice della Polizia con il successivo governo Berlusconi. Il bersaglio è una cultura operativa che, nella sua denuncia, avrebbe attraversato governi diversi, lasciando agli agenti il compito di contenere e documentare anche quando qualcuno continua a distruggere.

Da qui l’attacco alla flagranza differita, lo strumento che permette, nei casi previsti dalla legge, di arrestare successivamente sulla base delle immagini raccolte. Facci descrive la Polizia Scientifica come una «troupe televisiva»: filma, registra, acquisisce elementi per identificare i responsabili a scontri finiti. Il problema, osserva, è che chi partecipa alle violenze può coprirsi il volto, cambiare abbigliamento e confondersi tra i manifestanti pacifici. La sua conclusione è tagliente: «Il video cattura ombre, la flagranza sparisce, resta la differita». La critica riguarda dunque il rischio di perdere l’occasione dell’intervento immediato senza ottenere, in cambio, un’identificazione successiva.

Il confronto con gli altri Paesi è esplicito e riguarda Francia, Germania e Stati Uniti. Per Facci, in Francia la risposta ai danneggiamenti segue un’impostazione molto più energica: «In Francia i reparti mobili non arretrano: rispondono ai primi danneggiamenti con cariche e uso massiccio di gas lacrimogeni e idranti, accettando il rischio dello scontro fisico pur di disperdere i violenti». Il giornalista richiama inoltre la «protection fonctionnelle» francese, collegando le diverse condizioni di tutela degli agenti alla loro possibilità di agire senza essere frenati dal timore delle conseguenze personali.

Per la Germania, Facci indica invece una strategia concentrata sull’individuazione e sull’arresto dei singoli: «In Germania ci si affida a squadre addestrate per infiltrarsi nella folla così da estrarre i singoli violenti nell’esatto momento in cui compiono il reato, sciogliendo il corteo ai primi accenno di illegalità generalizzata». Nella contrapposizione proposta dal giornalista, il vantaggio sarebbe evidente: bloccare l’autore mentre agisce, prima che possa togliersi il passamontagna e sparire nel corteo.

Ancora più marcata è la differenza che attribuisce agli Stati Uniti: «Negli Stati Uniti, altro pianeta, la sacralità della proprietà privata e la protezione garantita agli agenti portano a reazioni istantanee: chi devasta o saccheggia viene placcato, ammanettato e arrestato in flagranza reale sul posto, ricorrendo anche ad arresti di massa per “perimetrazione” (kettling)». Facci cita anche la «qualified immunity» statunitense, inserendola nel ragionamento sulle protezioni riconosciute agli agenti. È il quadro comparativo con cui sostiene la propria accusa: altrove si privilegerebbe l’intervento sul momento, mentre in Italia si sarebbe consolidata una strategia del rinvio.

La conclusione del giornalista resta però una contestazione politica prima ancora che operativa: i cittadini conoscerebbero poco queste scelte, mentre chi va in piazza per provocare disordini avrebbe imparato a sfruttarle. Per Facci, il rischio è che la prudenza diventi prevedibile e che proprio quella prevedibilità incoraggi chi distrugge. La sua accusa si chiude con l’immagine di uno Stato che «si limita a documentare la propria ritirata»: una formula brutale, con cui chiede conto della distanza tra la presenza della polizia e la protezione che cittadini e commercianti si aspettano. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!