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Finlandia, l’aeronautica rimuove la svastica dalle bandiere: quando i simboli diventano ostaggi del Novecento

La Finlandia cambia le sue bandiere militari: via un simbolo antico, troppo legato al passato. una scelta tra diplomazia, memoria e identità nazionale che fa discutere.
Credit © Reddit

La notizia è di quelle che faranno discutere: l’Aeronautica militare finlandese avvierà la sostituzione delle bandiere di alcune sue unità che ancora recano la svastica blu su campo bianco. Motivo ufficiale: evitare “situazioni imbarazzanti” con alleati e visitatori nei contesti NATO; il processo di aggiornamento delle insegne è partito nel 2023, anno dell’adesione di Helsinki all’Alleanza, e dovrebbe culminare con nuovi vessilli (si parla di un’aquila) per le cerimonie pubbliche.

Prima del tasto “indignazione” conviene ricordare l’abc: la svastica non nasce con Hitler. È un simbolo plurimillenario, diffuso dall’Europa preclassica all’Asia, con un’etimologia sanscrita che rimanda a “ciò che conduce al benessere” e un uso tuttora vivo nelle tradizioni induista, buddhista e jainista. La stigmatizzazione globale è un portato del XX secolo occidentale, non la verità storica del segno.

La svastica finlandese arriva ben prima del nazismo: è il portafortuna del conte svedese Eric von Rosen, che nel 1918 donò a Helsinki il primo velivolo militare. L’Aeronautica lo adottò come insegna nazionale fino al 1945; poi, finita la guerra, il simbolo restò su alcune bandiere di reparto e nelle decorazioni. Non è un dettaglio: è l’origine documentata del segno nelle forze aeree finlandesi.

Oggi, a oltre ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, restano — lo sottolineano le stesse autorità — solo “una manciata” di bandiere con la svastica; il comando dell’Aeronautica l’aveva già rimossa dal proprio emblema anni fa. Lo “svecchiamento” delle bandiere non viene formalmente legato all’ingresso nella NATO, ma viene motivato con la necessità di evitare imbarazzi con partner per i quali la svastica è sinonimo di odio. È il paradosso dell’integrazione: per non urtare la sensibilità degli alleati occidentali, si rinuncia a un simbolo nazionale usato prima del Terzo Reich.

Non condivido questa scelta. La comprendo politicamente — in un’alleanza servono anche simboli condivisi — ma la respingo culturalmente: se un regime brutale si appropria di un segno, non per questo il segno perde per sempre il suo significato originario. Soprattutto quando, come in Finlandia, quel segno ha una genesi autonoma e precedente.

C’è un’evidenza che dovremmo avere il coraggio di guardare: l’Occidente ha già “liberato” almeno un altro grande simbolo dell’antichità dall’ombra del fascismo. Il fascio littorio, da cui il termine “fascismo”, è onnipresente senza scandalo in democrazie mature. In Francia campeggia nell’emblema della Repubblica — il faisceau de licteur dell’Eliseo — accanto ai rami di quercia e ulivo. Negli Stati Uniti figura addirittura nel sigillo ufficiale del Senato (due fasci incrociati, a rappresentare autorità e libertà). E nella Camera dei Rappresentanti due fasci bronzei affiancano la bandiera dietro il podio dello Speaker, come richiamo all’autorità civile repubblicana. In Spagna, l’emblema della Guardia Civil unisce spada e fasci, simboli della forza al servizio della legge e dell’autorità dello Stato. Nessuno di questi usi “riabilita” il fascismo storico; semplicemente, restituisce al simbolo il suo linguaggio pre-novecentesco.

E allora perché il fascio littorio può parlare il suo alfabeto romano, mentre la svastica finlandese deve tacere per sempre? Perché sul primo abbiamo fatto l’esercizio di contestualizzare, sul secondo ci ostiniamo a delegare ogni significato al peggiore dei suoi usi.

Restituire i simboli alla storia (e alla responsabilità)

Il punto non è la rimozione o l’esposizione acritica. Il punto è la responsabilità della memoria. Un’Aeronautica moderna può decidere di non sventolare più la svastica nei protocolli NATO e, insieme, custodire bandiere storiche in musei, accademie, archivi viventi, spiegate con cartelli chiari: “Questo simbolo significa X da millenni, in Finlandia è arrivato nel 1918 per questo motivo; nel 1930-45 è stato contaminato da questo altro uso; ecco perché oggi lo contestualizziamo e non lo celebriamo.” È la stessa grammatica con cui le democrazie trattano stemmi con aquile imperiali, corone, fasci, croci, mezzalune: educazione, non rimozione.

Sostituire le bandiere per evitare “situazioni imbarazzanti” può alleggerire una cerimonia, ma non aiuta a capire il mondo. Anzi, spiana la strada a un impoverimento simbolico permanente: un segno antico non è più ciò che è, ma ciò che una minoranza criminale ne ha fatto per vent’anni. Questa è la vera vittoria postuma dei totalitarismi: costringerci a parlare per sempre la loro lingua.

Ottant’anni dopo, è tempo di maturità

A ottant’anni dalla fine della guerra la domanda è semplice: vogliamo che i simboli millenari restino ostaggi del Novecento o che tornino alla polis, alla loro semantica originaria, alla pluralità dei contesti? Il fascio littorio ci mostra che si può fare: la chiave è la pedagogia pubblica, non la censura preventiva. La svastica finlandese — che non è la Hakenkreuz nazista, ma un emblema arrivato a Helsinki per vie indipendenti — merita lo stesso trattamento adulto: storicizzazione, spiegazione, uso appropriato. Rimuoverla per imbarazzo è un atto di cortesia diplomatica; restituirle il suo significato è un dovere culturale.Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!