Il 2026 si apre con una prospettiva economica gravosa per le famiglie italiane, chiamate a fronteggiare una nuova ondata di rincari che, secondo le stime dell’Osservatorio Nazionale Federconsumatori, raggiungerà quota 672,60 euro annui per nucleo familiare. Una cifra che assume contorni ancora più preoccupanti se contestualizzata nell’erosione complessiva del potere d’acquisto degli ultimi anni, quantificata in oltre 5.538 euro nel quinquennio 2021-2025.
L’analisi condotta dall’associazione dei consumatori delinea un quadro articolato di aumenti distribuiti su molteplici settori della spesa quotidiana. Il comparto alimentare rappresenta la voce più gravosa, con un incremento stimato di 386 euro annui, pari al 4,78 per cento. Un dato che si inserisce in una tendenza pluriennale: dal 2021 i prezzi dei beni alimentari sono aumentati complessivamente del 26,8 per cento, con punte del 32,7 per cento per i prodotti vegetali e del 28,1 per cento per latte, formaggi e uova.
Le cause di questa dinamica inflativa affondano le radici in una combinazione di fattori esterni. La crisi energetica seguita all’invasione dell’Ucraina ha determinato un effetto a cascata sui costi di produzione agricola, colpendo in particolare il settore degli alimenti non lavorati dove il peso degli input energetici risulta più che doppio rispetto alla media degli altri comparti. L’aumento dei prezzi di gas ed elettricità ha inoltre fatto lievitare i costi di prodotti intermedi essenziali come i fertilizzanti, propagandosi lungo l’intera filiera fino ai prezzi finali al consumo.
Il settore delle assicurazioni auto registra il secondo incremento più consistente, con 139,60 euro annui in più, corrispondenti a un aumento dell’8,80 per cento. Questo rincaro deriva principalmente dall’innalzamento dell’aliquota fiscale sulle polizze infortunio conducente collegate alla responsabilità civile auto, passata dal 2,5 al 12,5 per cento con la legge di bilancio 2026. La misura, introdotta per recuperare circa 115 milioni di euro di gettito, si somma all’aumento dell’imposta sulle coperture di assistenza, la cui aliquota sale dal 12,5 al 13,5 per cento. Gli analisti stimano un rincaro potenziale variabile tra 30 e 40 euro all’anno per le coperture base, destinato a salire per chi sottoscrive soluzioni più articolate con estensioni dedicate al veicolo.
Una novità significativa del 2026 riguarda le spedizioni internazionali. L’introduzione di un contributo fisso di 2 euro per ogni pacco di valore inferiore a 150 euro proveniente da paesi extra Unione Europea comporta un aggravio medio di 10,98 euro annui per famiglia. La misura, entrata formalmente in vigore il primo gennaio ma con un periodo transitorio fino al 15 marzo, mira a contrastare il boom di spedizioni dai marketplace online asiatici e a proteggere il commercio elettronico nazionale. Secondo le stime iniziali, questa tassa dovrebbe produrre un extra-costo per la filiera logistica di 122,5 milioni di euro nel 2026, destinati a raddoppiare l’anno successivo con l’aggiunta dei tre euro di dazio imposti dall’Unione Europea a partire da luglio 2026.
I trasporti pubblici e privati subiscono complessivamente un incremento di 163,90 euro annui, con un aumento del 2,83 per cento. La componente principale è rappresentata dal riallineamento delle accise sui carburanti. Dal primo gennaio 2026 l’accisa su benzina e gasolio è stata uniformata a 672,90 euro per mille litri, eliminando lo storico vantaggio fiscale del diesel. In termini concreti, la benzina costa circa 4,94 centesimi in meno al litro, mentre il gasolio registra un aumento equivalente, determinando per la prima volta da tre anni un prezzo del diesel superiore a quello della benzina.
Questo riallineamento incide in modo particolare sulla logistica e sulla distribuzione. Se i mezzi pesanti con massa complessiva superiore a 7,5 tonnellate e motori Euro V o superiori possono beneficiare di un rimborso parziale dell’accisa, tale agevolazione non si applica ai veicoli più piccoli che costituiscono ampia parte del parco utilizzato per la distribuzione regionale e urbana, compreso il commercio elettronico. Un dettaglio tecnico che rischia di tradursi in un’ulteriore impennata dei prezzi di beni e servizi attraverso la traslazione dei maggiori costi sui consumatori finali.
Agli aumenti dei carburanti si sommano i ritocchi tariffari autostradali, con incrementi mediamente pari all’1,57 per cento che variano da tratta a tratta. Alcune direttrici, come la Salerno-Pompei-Napoli, registrano rincari ancora più marcati. Solo poche reti mantengono pedaggi invariati. Nel complesso, l’impatto sulle tariffe autostradali è stimato in 1,56 euro annui a famiglia.
Il comparto della scuola vede un incremento di 24,60 euro annui, pari al 4,06 per cento, concentrato principalmente sulle mense scolastiche e sui libri di testo. Diverse amministrazioni comunali hanno aggiornato i tariffari della refezione scolastica con aumenti che in alcuni casi superano il 30 per cento nell’arco di due anni, pur con l’introduzione di fasce intermedie e agevolazioni per i secondi figli destinate a mitigare l’impatto sulle famiglie numerose.
La tassa sui rifiuti registra un aumento medio di 18,68 euro annui, pari al 2,71 per cento, con forti divari territoriali. Le regioni più onerose risultano Puglia con 445 euro annui, Campania con 418 euro e Sicilia con 402 euro. Le più economiche sono Trentino-Alto Adige con 224 euro, Lombardia con 262 euro e Veneto con 290 euro. Gli incrementi derivano dall’adozione del nuovo metodo tariffario definito da ARERA per il quadriennio 2026-2029, che aggiorna i criteri di calcolo per renderli più aderenti ai costi effettivi del servizio di gestione dei rifiuti, con aumenti teorici fino al 9 per cento annuo nei casi di investimenti o recuperi di spese pregresse.
Anche le prestazioni sanitarie private segnano un rialzo di 29,88 euro annui, pari al 2,08 per cento, mentre la ristorazione fuori casa aumenta di 69,80 euro, con un incremento del 4,05 per cento. I prodotti e servizi per la casa crescono di 58,95 euro, le tariffe professionali e artigiani di 42,70 euro, l’acqua di 27,45 euro, i costi bancari di 16,50 euro e le comunicazioni di 14,60 euro.
L’unico comparto che offre un respiro alle famiglie è quello energetico. Le tariffe di luce e gas registrano una riduzione stimata di 332,60 euro annui, pari a un calo del 12,69 per cento. Secondo le previsioni elaborate sulla base dei consumi di una famiglia tipo con 2.700 chilowattora annui per l’elettricità e 1.400 standard metri cubi per il gas, la spesa complessiva per le utenze domestiche dovrebbe fermarsi a 2.236 euro nel 2026, contro i 2.450 euro del 2025. Il risparmio maggiore riguarda il gas naturale, con un calo del 12 per cento che porta la bolletta da 1.691 a 1.493 euro. Più contenuta la riduzione per l’energia elettrica, stimata al 2 per cento con una spesa annua di 743 euro.
Questa dinamica favorevole è determinata dall’andamento dei mercati all’ingrosso. Il prezzo unico nazionale dell’energia elettrica dovrebbe calare del 4 per cento, passando da 0,1158 a 0,1107 euro per chilowattora, mentre il punto di scambio virtuale del gas naturale registra una flessione più marcata del 25 per cento, da 0,4119 a 0,3087 euro per standard metro cubo. A beneficiare immediatamente di questi ribassi sono soprattutto i clienti con contratti a prezzo indicizzato che seguono direttamente l’andamento dei mercati, mentre chi ha una tariffa a prezzo bloccato potrebbe non vedere subito gli effetti positivi.
Nonostante questo alleggerimento nel settore energetico, il bilancio complessivo rimane negativo con i 672,60 euro di aumenti netti che si abbattono su una situazione già compromessa dai continui rincari degli ultimi anni. Dal 2021 al 2025 il potere d’acquisto delle famiglie italiane è stato eroso di oltre 5.538 euro considerando unicamente le voci di spesa monitorate da Federconsumatori. Un andamento che ha portato alla crescita di tagli e rinunce, con una allarmante crescita delle disuguaglianze anche in settori vitali come l’energia e l’alimentazione.
I dati dell’Istat confermano questa tendenza. Negli ultimi cinque anni i salari contrattuali italiani hanno perso oltre il 10,5 per cento del loro potere d’acquisto in termini reali, una contrazione che pesa sulle tasche delle famiglie e che riflette le tensioni inflazionistiche esplose dopo la pandemia. Anche considerando le retribuzioni lorde di fatto per dipendente, che comprendono premi, straordinari e cambiamenti nella composizione dell’occupazione, la perdita è del 4,4 per cento, superiore al 2,6 per cento della Spagna e all’1,3 per cento della Germania.
Il rischio di povertà ed esclusione sociale coinvolge oggi il 23,1 per cento della popolazione italiana, in aumento di 0,3 punti rispetto al 2023. Il problema è fortemente localizzato: nel Mezzogiorno si tocca il 39,8 per cento, mentre nel Nord-est l’indicatore scende al 13,3 per cento. I più esposti sono i giovani sotto i 35 anni che mantengono la famiglia, con un’incidenza del 30,5 per cento, le coppie con tre o più figli, i monogenitori e gli anziani soli. Le famiglie più vulnerabili sono quelle con percettori giovani, straniere e monogenitoriali, con percentuali di difficoltà nelle spese impreviste che raggiungono rispettivamente il 38,7, il 54,7 e il 36,2 per cento.
Federconsumatori sottolinea come questa dinamica dei prezzi rappresenti una vera e propria tassa invisibile che non compare in manovra e non viene votata in Parlamento, ma che si paga ogni settimana alla cassa del supermercato e in ogni altra spesa quotidiana. L’associazione critica l’assenza di misure strutturali nella legge di bilancio 2026 e sollecita interventi urgenti per sostenere il potere di acquisto delle famiglie e contrastare l’aumento delle disuguaglianze.
Tra le proposte avanzate figura la rimodulazione dell’imposta sul valore aggiunto sui generi di largo consumo, che consentirebbe un risparmio di oltre 516 euro annui a famiglia. Federconsumatori chiede inoltre la creazione di un fondo di contrasto alla povertà energetica e alla povertà alimentare, lo stanziamento di risorse adeguate per la sanità pubblica e per il diritto allo studio, nonché una riforma fiscale equa realmente orientata a sostenere i redditi medio-bassi. Misure che l’associazione definisce necessarie e urgenti, ma ancora assenti dall’azione di governo.
Il quadro è ulteriormente complicato dal fatto che l’inflazione continua a manifestarsi con particolare intensità proprio sui beni di prima necessità. A novembre 2025 l’inflazione al consumo si attestava all’1,2 per cento, ma la dinamica dei prezzi alimentari risultava significativamente più elevata, con un tasso del 2,2 per cento a dicembre secondo i dati preliminari. Questa discrepanza colpisce in modo sproporzionato le famiglie meno abbienti, per le quali la spesa alimentare rappresenta una quota più elevata del budget disponibile.
L’Istituto nazionale di statistica conferma che il solo cibo copre in media il 16,6 per cento della spesa delle famiglie italiane, una percentuale che sale sensibilmente per i nuclei con redditi più bassi. La forte crescita dei prezzi dei beni alimentari registrata negli anni 2022-2023 è dovuta prevalentemente a fattori internazionali, in particolare la crisi energetica seguita all’invasione dell’Ucraina. Lo shock sui prezzi dell’energia ha colpito in modo particolare il settore degli alimentari non lavorati, sia direttamente, dato il rilevante peso degli input energetici, sia indirettamente, alimentando l’incremento del prezzo di importanti prodotti intermedi come i fertilizzanti.
Nonostante l’inflazione generale sia prevista in rallentamento per il 2026, con stime che la collocano all’1,5 per cento secondo il tasso programmato dal governo e in linea con le previsioni della Commissione Europea, gli aumenti sui beni essenziali e sui servizi di base continuano a manifestarsi con intensità superiore alla media. Il deflatore della spesa delle famiglie residenti è previsto all’1,4 per cento nel 2026, in calo dall’1,7 per cento del 2025, ma questa moderazione complessiva maschera dinamiche settoriali molto differenziate.
La crescita economica italiana resta modesta, con previsioni che la collocano allo 0,7 per cento nel 2026 secondo Bank of America, dopo lo 0,5 per cento stimato per il 2025. Nel breve periodo, la ripresa dovrebbe essere trainata soprattutto dai consumi privati, sostenuti dal miglioramento dei redditi reali, mentre il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dovrebbe continuare a sostenere gli investimenti. Tuttavia, la moderata crescita del prodotto interno lordo non appare sufficiente a compensare l’erosione del potere d’acquisto accumulata negli ultimi anni e gli aumenti attesi per il 2026.
L’insieme di questi fattori delinea uno scenario economico complesso per le famiglie italiane nel 2026, chiamate a fronteggiare aumenti distribuiti su molteplici fronti della spesa quotidiana, mitigati solo parzialmente dalla riduzione delle bollette energetiche. La capacità di assorbire questi rincari dipenderà in larga misura dall’evoluzione dei redditi da lavoro e dalle politiche pubbliche di sostegno, in un contesto in cui le disuguaglianze territoriali e sociali continuano ad ampliarsi e la pressione sui bilanci familiari rimane elevata. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
