Mentre in Italia si continua a discutere, ma senza approdare a nulla di concreto, sulla possibilità di innalzare il limite di velocità in autostrada a 150 km/h su tratti selezionati, la Spagna imbocca la strada opposta e impone una frenata non solo simbolica. La Dirección General de Tráfico (DGT) ha avviato nel 2026 un piano di revisione dei limiti di velocità, riducendo da 120 a 100 km/h la soglia consentita su alcuni tratti autostradali, in particolare nelle regioni di Catalogna, Galizia e Paesi Baschi. Una misura che non nasce da una riforma legislativa nazionale, ma da una strategia amministrativa basata sull’adeguamento della segnaletica verticale. In sostanza: la legge resta invariata, ma il limite effettivo cambia. Un escamotage formale che introduce di fatto un nuovo standard senza passare dal Parlamento.
La giustificazione principale? Allinearsi alle raccomandazioni dell’ONU, che indicano nella riduzione della velocità uno dei mezzi più efficaci per diminuire la mortalità stradale. Ridurre il limite a 100 km/h dovrebbe quindi migliorare la sicurezza, ridurre la gravità degli incidenti e aumentare la visibilità nei punti più critici. Eppure, a guardare questa operazione da una prospettiva più ampia, la scelta solleva più di un dubbio.
Innanzitutto, viene da chiedersi se abbassare il limite sia davvero una soluzione strutturale ai problemi della sicurezza stradale, o piuttosto una scorciatoia che scarica le inefficienze infrastrutturali sull’utente finale. Se un’autostrada è progettata per sopportare velocità elevate, e la tecnologia (dall’auto al sistema di controllo) consente oggi standard di sicurezza mai raggiunti prima, non è forse più efficace investire nella manutenzione e nel monitoraggio intelligente del traffico piuttosto che imporre limiti più bassi? Il caso della AP-7 in Catalogna, dove un sistema di intelligenza artificiale regola la velocità in modo dinamico, mostra che le soluzioni tecnologiche esistono e funzionano. Ma perché allora non generalizzarle, invece di procedere con un taglio orizzontale che penalizza anche i tratti più moderni ed efficienti?
In secondo luogo, la riduzione generalizzata dei limiti rischia di confliggere con l’evoluzione della mobilità stessa. Oggi le autovetture, specie quelle elettriche o ibride di ultima generazione, sono dotate di sistemi avanzati di assistenza alla guida, frenata automatica, rilevamento ostacoli e mantenimento della corsia. Pretendere che si viaggi stabilmente a 100 km/h anche su tratti a tre corsie, pianeggianti e perfettamente mantenuti, appare più come una misura punitiva che preventiva. E introduce un paradosso: mentre si promuove un’industria automobilistica sempre più tecnologica e performante, si costringono i conducenti a utilizzarla in modalità “depotenziata”, rallentando viaggi e allungando i tempi di percorrenza.
In Italia, intanto, si continua a parlare (da anni) della possibilità di aumentare il limite a 150 km/h su tratti autostradali con elevati standard di sicurezza, traffico limitato e condizioni favorevoli. Un’ipotesi che resta sulla carta, bloccata da timori e inerzie politiche, ma che potrebbe rappresentare una via più moderna e coerente: anziché abbassare i limiti là dove c’è rischio, elevare la qualità infrastrutturale per consentire maggiore libertà di circolazione in sicurezza. Una logica di premio, non di penalizzazione.
La strategia spagnola, in definitiva, rischia di consolidare un modello basato sulla prudenza amministrativa anziché sull’innovazione strutturale. Limitare per proteggere è comprensibile, ma in un contesto europeo dove la mobilità è sempre più connessa, integrata e tecnologica, sarebbe forse il momento di cambiare paradigma: non meno velocità, ma più sicurezza a velocità più elevate. E per questo servono investimenti, non cartelli. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
