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Terremoto Calabria e Sicilia, la scossa di oggi tra le più forti da 40 anni: tutti i dati

Una scossa profonda nel Mar Ionio riaccende l’attenzione sul cuore mobile del Mediterraneo: cosa si cela sotto i nostri piedi e perché non possiamo ignorarlo.

La terra ha tremato all’alba nel cuore del Mediterraneo. Alle ore 5:53 del 10 gennaio 2026, un terremoto di magnitudo 5.1 è stato registrato dai sismografi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) nel Mar Ionio meridionale, al largo di Capo Spartivento, nella provincia di Reggio Calabria. L’evento, localizzato a una profondità di 65 chilometri, ha immediatamente mobilitato la rete di sorveglianza sismica nazionale e la Protezione Civile calabrese, che sta monitorando l’area per verificare eventuali criticità.

L’ipocentro profondo ha contribuito ad ampliare l’area di percezione del sisma, che è stato distintamente avvertito non solo in Calabria e Sicilia orientale, ma anche in Puglia – con segnalazioni da Lecce, Brindisi e Taranto – fino a raggiungere l’arcipelago maltese. Il movimento tellurico si è manifestato come un’oscillazione prolungata, priva di scosse secche, generando una reazione istintiva da parte della popolazione, che in migliaia ha abbandonato le abitazioni per precauzione.

Fortunatamente, al momento non si registrano danni né feriti. I Vigili del Fuoco confermano l’assenza di richieste di soccorso nelle sale operative, ma le verifiche sul campo proseguono, in particolare lungo la fascia ionica reggina, la più vicina all’epicentro. L’emozione però resta palpabile, alimentata dal ricordo di altri eventi sismici che hanno interessato la regione nel recente passato.

Dal punto di vista geologico, la scossa di oggi si inserisce in un contesto ben noto agli studiosi. L’area del Mar Ionio meridionale, compresa tra l’arco calabro e la placca africana, è sede di una complessa dinamica di subduzione: qui, la crosta oceanica ionica scivola lentamente sotto il margine euroasiatico a una velocità media di circa 7 mm l’anno. Questo processo, che avviene a grande profondità, genera terremoti intermedi come quello odierno, che avvengono all’interno della placca in subduzione, sotto l’arco calabro.

La profondità dell’ipocentro – 65 chilometri – ha attenuato la forza distruttiva superficiale, ma ha consentito la propagazione di onde sismiche attraverso una vasta porzione del mantello e della crosta terrestre, spiegando la lunga portata del sisma. Non si tratta dunque di un fenomeno isolato: episodi simili sono già avvenuti negli ultimi decenni, come il terremoto del 25 ottobre 2012 nel Pollino (M 5.2), o quello di Pietrapaola del 1° agosto 2024 (M 5.0), segno di un’attività sismica costante, benché non sempre catastrofica.

Il sud Italia resta una delle aree a maggiore rischio sismico del Mediterraneo, per la sua posizione al margine tra due grandi placche tettoniche. Non va inoltre sottovalutato il legame con l’attività vulcanica della regione: lo stesso processo di subduzione che genera i terremoti profondi alimenta anche la risalita del magma che origina i vulcani dell’Etna, dello Stromboli e delle Eolie.

Se la scienza non è ancora in grado di prevedere quando si verificherà il prossimo evento, può però descrivere con sempre maggiore precisione le dinamiche che li generano e i territori potenzialmente coinvolti. La prevenzione non può prescindere da questa consapevolezza, né può ignorare la necessità di un patrimonio edilizio all’altezza delle sfide sismiche del futuro.

Il terremoto del 10 gennaio è dunque un avvertimento silenzioso ma eloquente. Un promemoria della vitalità geologica che caratterizza il nostro territorio e della necessità, oggi più che mai, di un approccio sistemico al rischio: dalla pianificazione urbana alla cultura della prevenzione, dall’educazione sismica alla manutenzione del costruito. La terra parla, e il suo linguaggio va ascoltato. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!