Novantanove parlamentari italiani – 89 deputati e 10 senatori – non hanno ancora reso pubblica la propria dichiarazione dei redditi e la variazione patrimoniale relativa all’anno fiscale 2024, come previsto dalla legge n. 441 del 5 luglio 1982. Il termine fissato dall’articolo 3 della norma era il 30 novembre scorso. Un obbligo di trasparenza, questo, che non è facoltativo né simbolico: si tratta di una disposizione di legge, pensata per tutelare il principio di accountability degli eletti e rendere pubblica la loro situazione economica in rapporto al ruolo istituzionale.
La quota più rilevante degli inadempienti si trova alla Camera: 89 deputati su 400, pari al 22,25% del totale, non hanno ancora pubblicato nulla. I senatori sono più ligi, con soli 10 casi su 205 – compresi i senatori a vita – per una percentuale che si ferma al 4,87%.
Spicca tra i senatori in ritardo il nome di Matteo Renzi, unico leader politico a non aver ancora reso noto il proprio reddito. La sua situazione fa discutere in modo particolare, considerato il fatto che negli ultimi anni, grazie alle sue attività private, Renzi è entrato stabilmente nella fascia più alta dei redditi parlamentari. Quella del 2025 sarà con tutta probabilità la sua ultima dichiarazione “libera”, prima dell’entrata in vigore, dal 1° gennaio 2025, della cosiddetta norma “anti-Renzi”, che vieta ai parlamentari di percepire più di 100 mila euro annui da consulenze svolte all’estero. Proprio per questo motivo, la curiosità intorno al suo reddito è particolarmente alta, ma al momento non trova riscontro nella documentazione ufficiale.
Insieme a Renzi, figurano tra gli inadempienti nomi di primo piano della politica italiana. A Palazzo Madama mancano all’appello anche Renzo Piano (senatore a vita), Massimiliano Romeo (capogruppo della Lega), Franco Mirabelli (Pd), Gaetano Nastri e Cinzia Pellegrino (FdI). Alla Camera, tra chi non ha ancora rispettato l’obbligo, troviamo due membri del governo: i sottosegretari Gian Marco Mazzi (FdI) e Matilde Siracusano (Fi). A loro si aggiungono l’ex ministro Vincenzo Amendola (Pd), Paolo Barelli (capogruppo Fi), Deborah Bergamini (Fi), Gianni Cuperlo (Pd), Michele Gubitosa (vicepresidente M5s), Augusta Montaruli (FdI), Roberto Morassut (Pd), Elisabetta Piccolotti (Avs), Lia Quartapelle (Pd), Fabio Rampelli (vicepresidente della Camera, FdI) e Arturo Scotto (Pd).
Il dato più sorprendente è quello che riguarda il Movimento 5 Stelle, storicamente impegnato in battaglie per la trasparenza e l’etica pubblica. Eppure, è proprio il M5s a registrare la percentuale più alta di inadempienza: il 36,73% dei suoi parlamentari non ha ancora pubblicato le informazioni patrimoniali richieste dalla legge. Giuseppe Conte risulta in regola, ma oltre un terzo dei suoi rappresentanti no. Seguono Forza Italia (28,84%), Fratelli d’Italia (23,27%), il Partito Democratico (20%) e infine la Lega (10%), che risulta essere la più rispettosa tra le forze parlamentari maggiori.
La legge 441/1982 prevede che, in caso di inadempienza, i Presidenti delle Camere diffidino formalmente i parlamentari interessati, concedendo un termine di quindici giorni per adempiere. Se la diffida viene ignorata, i Presidenti sono tenuti a darne comunicazione ufficiale all’Assemblea di appartenenza. Ad oggi, però, né il Presidente del Senato Ignazio La Russa né quello della Camera Lorenzo Fontana hanno riferito in Aula sull’invio di eventuali diffide. Non è noto, dunque, se gli obblighi procedurali siano stati rispettati neanche dalle due massime cariche parlamentari.
Le festività natalizie potrebbero aver rallentato l’iter formale, ma resta il fatto che la trasparenza, più volte sbandierata come principio cardine della politica repubblicana, risulta ad oggi ancora disattesa da una parte rilevante del Parlamento. E con ogni probabilità, la pubblicazione di questi dati porterà nei prossimi giorni a una corsa generalizzata per mettersi in regola, più per convenienza che per convinzione. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
