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America, boom di assunzioni ma non per i laureati: un diploma tecnico può valere più di una laurea

Il lavoro negli Stati Uniti cresce, ma i neolaureati restano indietro: una generazione scopre che un diploma tecnico può valere più di una laurea. E cambia rotta.

L’economia americana continua a sorprendere. A gennaio sono stati creati 130.000 nuovi posti di lavoro, al netto dei licenziamenti, e il tasso di disoccupazione è sceso al 4,3%. È un dato che smentisce i timori di rallentamento e rafforza la narrativa di una ripresa solida, capace di superare le ombre gettate da inflazione, tassi alti e turbolenze geopolitiche. Ma sotto la superficie di questi numeri incoraggianti si cela un’inversione di rotta sempre più evidente: il mercato del lavoro premia i profili tecnici e penalizza i giovani laureati.

La disoccupazione tra i neolaureati di età compresa tra i 22 e i 27 anni è salita al 5,6% nel dicembre scorso, lo stesso livello registrato durante la crisi finanziaria del 2009. Un’anomalia storica: fino a un decennio fa, un titolo universitario garantiva migliori chance occupazionali e stipendi più alti. Oggi, al contrario, è un indicatore di vulnerabilità. La ragione di fondo è strutturale: l’offerta formativa non corrisponde più alla domanda reale del mercato. Le università americane sfornano milioni di laureati ogni anno – 2,2 milioni solo nel 2023 – ma molte di queste figure sono prive delle competenze tecniche immediatamente spendibili richieste dalle imprese. Nel frattempo, restano scoperti centinaia di migliaia di posti nei mestieri specializzati, dagli elettricisti ai saldatori, dai tecnici di manutenzione agli operatori sanitari.

Non è l’intelligenza artificiale a sottrarre lavoro ai laureati, ma una combinazione di fattori culturali ed economici. Le università si sono moltiplicate e con esse i corsi, anche quelli poco allineati alle esigenze produttive. Spesso i giovani si laureano senza solide basi né esperienza lavorativa. In parte, anche l’uso disinvolto dell’IA nei compiti scolastici ha contribuito a formare profili poco autonomi. E sul piano occupazionale, questa mancanza di preparazione si traduce in scarsa produttività, ritardi e difficoltà di adattamento, come denunciato da diversi datori di lavoro. Alcuni lamentano candidati incapaci di rispettare le scadenze, restii a lavorare nei weekend o bisognosi di una supervisione continua.

A fronte di questa crisi di rappresentatività del titolo universitario, prende corpo una nuova tendenza: il “declassamento volontario”. Giovani professionisti, e perfino laureati con esperienze consolidate, stanno scegliendo di abbandonare carriere da colletti bianchi per intraprendere mestieri manuali o tecnici, alla ricerca di stabilità, maggiore retribuzione o semplicemente di senso. Nick Winters, 27 anni, ha lasciato un lavoro ben pagato nel settore software per diventare apprendista elettricista. Lauren O’Connor ha rinunciato all’insegnamento per saldare tubature in cantiere, guadagnando il 50% in più. Candace Robinson, 48 anni, ex bancaria, ha cambiato rotta formandosi come ecografista cardiovascolare, mentre Ben Neville ha lasciato la contabilità per diventare pilota d’aereo, accettando all’inizio un salario molto più basso pur di inseguire un lavoro dinamico e gratificante.

Queste non sono eccezioni marginali, ma segnali di un ripensamento profondo. Il valore percepito della laurea si sta erodendo, mentre cresce l’interesse per percorsi professionali che garantiscano concretezza, reddito e continuità. In un’America dove il costo dell’università è tra i più alti al mondo, la questione non è solo occupazionale, ma sociale: le famiglie iniziano a interrogarsi sulla convenienza dell’investimento accademico.

Intanto, il mismatch tra domanda e offerta continua ad alimentare tensioni nel tessuto produttivo. Un terzo dei piccoli imprenditori americani segnala difficoltà a trovare lavoratori qualificati, in particolare nei settori tecnici. Alcuni ruoli restano vacanti per anni. È un’emergenza silenziosa, che rischia di frenare la produttività e rallentare la transizione generazionale in comparti chiave dell’economia.

La lezione che emerge da questa frattura è chiara: non basta ampliare l’accesso all’istruzione universitaria. Serve una ridefinizione dei percorsi formativi, un maggior collegamento tra scuola e lavoro, e un rinnovato rispetto per i mestieri tecnici, spesso più stabili e remunerativi di molte carriere “intellettuali”. In una società che cambia, la mobilità sociale non passa più solo dai campus, ma anche dai cantieri, dagli hangar e dai laboratori. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!