Sei medici del reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna sono indagati dalla Procura della Repubblica con l’accusa di falso ideologico continuato in concorso. Secondo i pubblici ministeri Daniele Barberini e Angela Scorza, i camici bianchi avrebbero firmato certificati di non idoneità al trasferimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) in favore di migranti soggetti a decreti di espulsione, senza che tali certificazioni fossero fondate su effettive ragioni cliniche.
L’inchiesta copre il periodo compreso tra settembre 2024 e gennaio 2026. Su 64 stranieri visitati nel reparto per malattie infettive, 34 erano stati dichiarati non idonei al trasferimento in un Cpr. Nell’ultimo mese del periodo considerato, tra i casi segnalati figurano quelli di un 25enne senegalese e di un 26enne gambiano, entrambi ritenuti non idonei al trattenimento e al rimpatrio. La Procura ha ora depositato la richiesta di interdizione di un anno dalla professione per i medici coinvolti.
A far emergere i dettagli dell’inchiesta sono le intercettazioni delle chat dei medici, rese note nelle ultime ore. Dalle comunicazioni filtrate emerge quella che gli inquirenti descrivono come un’obiezione di coscienza de facto, organizzata informalmente all’interno del reparto. In una delle conversazioni, un medico esterno al nosocomio ravennate scriveva a un collega: “Bene! Gli facciamo il culo a questi maledetti sbirri.” Il messaggio arrivava in risposta alla notizia di un certificato di non idoneità rilasciato.
Le chat documentano anche la circolazione, nel reparto, di un modulo prestampato da utilizzare per la dichiarazione di non idoneità. I medici si scambiano indicazioni su come utilizzarlo senza destare sospetti: “Va riadattato, non copiato: ci sono stati problemi con la questura”, si legge in uno dei messaggi. Alla domanda di un collega — “Bisogna riscrivere tutto a mano?” — la risposta è affermativa: “Sì, riscriverlo ogni volta modificandolo.”
Non tutti i medici coinvolti appaiono però allineati. Dalle stesse intercettazioni emerge almeno una voce dissenziente: “Non sono d’accordo a dare a priori la non idoneità. Se non ci sono ragioni specifiche, io non lo farò”, scrive una dottoressa. Un’altra indagata sostiene invece che “il modo per esprimere dissenso è la non idoneità”, configurando la pratica come forma di obiezione politica oltre che clinica.
Nel corso delle indagini, gli inquirenti hanno effettuato perquisizioni nelle abitazioni, nelle autovetture e sui dispositivi informatici dei medici, alla ricerca di comunicazioni contenenti termini come “cittadino extracomunitario”, “rimpatrio” e “certificato”.
La vicenda ha aperto un dibattito che travalica la dimensione giudiziaria. Le associazioni di categoria e i sindacati medici si sono detti sconcertati per le perquisizioni. La Società italiana di medicina delle migrazioni ha ricordato che la patogenicità dei Cpr è riconosciuta dalla letteratura scientifica e che una nota dell’Organizzazione mondiale della sanità del gennaio 2026 certifica come la detenzione amministrativa dei migranti provochi malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi. Per questa ragione, il medico che attesta la non idoneità agirebbe per prevenire un danno alla salute del paziente.
Sul fronte politico, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha parlato di “sabotaggio e ostruzionismo per motivi puramente ideologici”, mentre Matteo Salvini ha commentato che, se i fatti fossero confermati, si tratterebbe di “una vergogna da licenziamento, da radiazione e da arresto.” Il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele de Pascale ha espresso solidarietà ai medici, sottolineando che la normativa italiana scarica sui sanitari una responsabilità enorme in assenza di linee guida nazionali chiare. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
