Il messaggio di congratulazioni inviato da Vladimir Putin a Mojtaba Khamenei per la sua elezione a nuova Guida iraniana, così come riportato dall’agenzia Ria Novosti, ha un peso politico che va ben oltre il rituale diplomatico. Non è soltanto l’omaggio formale di un capo di Stato a un altro leader appena insediato: è la conferma di una sintonia profonda tra poteri che della libertà diffidano e che nella repressione trovano, da anni, uno strumento ordinario di governo.
Quando Putin si dice certo che Mojtaba Khamenei continuerà “con onore” l’opera del padre Ali Khamenei, la formula non può essere liquidata come una cortesia di circostanza. Perché l'”opera” del padre, agli occhi del mondo, coincide con uno dei sistemi più duri e oppressivi del Medio Oriente: un apparato costruito sul soffocamento del dissenso, sulla persecuzione degli oppositori, sulla compressione sistematica dei diritti delle donne e sulla criminalizzazione di ogni domanda di democrazia e libertà. Parlare di continuità “con onore” significa dunque legittimare quella stagione politica e rivendicarne, implicitamente, i metodi.
È questo il punto più grave della dichiarazione del presidente russo. Invece di prendere le distanze da un modello teocratico fondato sulla paura, Putin ne accredita la successione come un fatto positivo, quasi rassicurante, nel momento in cui l’Iran attraversa una fase drammatica e segnata da fortissime tensioni interne ed esterne. L’evocazione dell'”aggressione armata”, richiamata nel messaggio, si inserisce perfettamente in una retorica che serve a blindare il potere e a spostare l’attenzione dalle responsabilità del regime verso un nemico esterno. È una grammatica del potere che Mosca conosce bene e adopera da tempo.
Le congratulazioni del Cremlino, allora, non sorprendono: confermano semmai una collocazione politica e morale ormai evidente. Putin mostra ancora una volta di sentirsi più a suo agio accanto a regimi autoritari e strutture di comando impermeabili ai diritti fondamentali che non nel campo delle democrazie liberali. La sua vicinanza agli ayatollah non è un incidente diplomatico, ma il riflesso coerente di una visione del mondo in cui la stabilità vale più della libertà, l’obbedienza più del pluralismo, la forza più del diritto.
Per questo le parole rivolte a Mojtaba Khamenei non possono essere archiviate come una semplice congratulazione. Sono un giudizio politico netto. E dicono che, per il presidente russo, la continuità con un sistema repressivo non è un problema, ma una garanzia. È il segno di una convergenza sempre più esplicita tra poteri che hanno in comune non soltanto interessi strategici, ma anche un’identica ostilità verso chi chiede diritti, rappresentanza e dignità. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
