Il panorama della sicurezza globale impone risposte radicalmente nuove, e l’Italia risponde con il Michelangelo Dome: un sistema integrato di difesa aerea sviluppato da Leonardo, il principale gruppo della difesa italiano, capace di affrontare simultaneamente due categorie di minaccia che caratterizzano i conflitti contemporanei. Lo ha illustrato in dettaglio Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo, tracciando le linee tecniche e geopolitiche di un progetto che punta a diventare l’architrave della difesa aerea europea.
Le minacce che il sistema deve fronteggiare si dividono in due grandi famiglie. La prima comprende i missili a lunga gittata, con portate superiori ai 2.000 chilometri, inclusi i vettori balistici e ipersonici capaci di viaggiare oltre Mach 5. Se lanciati da distanze ravvicinate, questi ordigni raggiungono l’obiettivo in soli 2-3 minuti, riducendo a zero il margine di reazione umana: la finestra di preavviso effettiva scende a 120-180 secondi. La seconda famiglia è quella degli attacchi saturanti: sciami di droni low-cost o razzi a corto raggio, singolarmente più facili da intercettare ma pericolosi per la loro quantità, progettati per mandare in sovraccarico i sistemi difensivi avversari.
Per gli attacchi saturanti, il Michelangelo Dome sfrutta il concetto di Dead Zone, un perimetro difensivo invalicabile costruito attorno all’obiettivo da proteggere. Al suo interno operano radar ad alta risoluzione, sistemi di visione computerizzata e artiglieria veloce con munizionamento programmabile. La scelta di ricorrere a proiettili del valore di pochi euro — in luogo di missili intercettori che possono costare milioni di euro ciascuno — è una precisa scelta strategica: garantisce la sostenibilità economica della difesa e impedisce che un aggressore possa esaurire le scorte di una nazione con semplici sciami di droni a basso costo. Secondo Cingolani, il sistema raggiunge una precisione del 98% nell’intercettazione di questi sciami.
Contro i missili a lunga gittata e ipersonici, la risposta è più articolata e si basa su un’architettura a più livelli. Una rete federata di satelliti e radar a lungo raggio rileva il lancio nella fase iniziale e trasmette i dati in tempo reale a infrastrutture di supercalcolo. Algoritmi di intelligenza artificiale analizzano istantaneamente traiettorie, velocità e impatti previsti, selezionando in autonomia la contromisura più efficace. Il sistema intercetta il vettore nello spazio o negli strati alti dell’atmosfera, prima che possa avvicinarsi ai centri abitati o alle infrastrutture critiche. Leonardo ha già dimostrato, in simulazioni avanzate, la capacità di intercettare un missile a 76 chilometri dall’obiettivo.
Sul piano tecnologico, Cingolani ha sottolineato che il Michelangelo Dome non è un progetto futuro: “La tecnologia c’è già, non è qualcosa che vedremo solo nel 2030”. Entro giugno 2026 Leonardo prevede di dimostrare pubblicamente le capacità innovative di gestione dei droni e di partecipare a esercitazioni NATO. Il sistema è definito sartoriale: la sua configurazione dipende dagli asset difensivi già disponibili nel paese che intende adottarlo e dalle specifiche esigenze territoriali.
L’architettura aperta è uno degli elementi più rilevanti dal punto di vista geopolitico. Il Michelangelo Dome non è pensato come sistema nazionale chiuso, ma come piattaforma federata in grado di integrare le infrastrutture di difesa già esistenti nei vari paesi europei. Questo approccio abbatte i costi di sviluppo e permette anche alle nazioni con budget militari limitati di accedere a uno scudo collettivo senza dover costruire ex novo l’intera infrastruttura. L’Italia, attraverso Leonardo, si candida esplicitamente al ruolo di sherpa industriale europeo: un facilitatore che apre la strada a collaborazioni tra governi in un continente ancora frammentato sul tema della difesa comune.
Cingolani è diretto sulla dimensione geopolitica del progetto: “L’emergenza c’è, e l’Europa non era pronta: è frammentata e fatica a costruire una difesa comune. Credo però che la Nato resti fondamentale e che un’Europa più forte la rafforzi. Nessuno può farcela da solo”. Lo scudo non è dunque solo un sistema d’arma, ma uno strumento di cooperazione internazionale e di rafforzamento del fianco europeo della NATO, con l’obiettivo di rendere il costo di un potenziale attacco talmente elevato da scoraggiarne l’esecuzione. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
