Mancano ancora tre anni alla scadenza del secondo mandato di Sergio Mattarella, ma la corsa al Quirinale è già entrata nel vivo, almeno nel campo del centrosinistra. Mentre il centrodestra resta formalmente concentrato sulla gestione del governo, nell’area progressista i nomi circolano con insistenza crescente, alimentati da mosse politiche che, dietro la facciata istituzionale, celano ambizioni quirinalizie difficili da ignorare. La partita per la successione al Colle, com’è tradizione nella politica italiana, si gioca con anni di anticipo, tra posizionamenti strategici, dichiarazioni criptiche e convergenze costruite pazientemente nei salotti e nei corridoi di Montecitorio e Palazzo Madama.
Il contesto: il Quirinale nel 2029
Il mandato di Sergio Mattarella, rieletto nel gennaio 2022 per un secondo settennato, scadrà nel 2029. L’elezione del nuovo Capo dello Stato spetta ai grandi elettori, ossia i parlamentari delle due Camere più i delegati regionali, per un totale di circa 1.008 voti. Nei primi tre scrutini è necessaria la maggioranza dei due terzi dell’assemblea; dal quarto in poi è sufficiente la maggioranza assoluta. Questo meccanismo rende indispensabile costruire ampi consensi trasversali, e proprio per questo la corsa al Colle non è mai esclusivo appannaggio di una sola coalizione. Il risultato delle elezioni politiche del 2027 sarà quindi determinante: se il centrosinistra riuscirà a conquistare una maggioranza parlamentare consistente, avrà la facoltà di imporre il proprio candidato, come è accaduto storicamente nella Seconda Repubblica quasi in ogni tornata quirinalizia.
Bersani: il nome che torna
Pierluigi Bersani è tra i nomi che circolano con maggiore insistenza nell’area di centrosinistra. Ex segretario del Partito Democratico dal 2009 al 2013, ex ministro e più volte parlamentare, Bersani è una figura di lungo corso della sinistra italiana, con un profilo politico che ne fa un punto di riferimento per l’ala tradizional-progressista del campo largo. A rilanciarne pubblicamente la candidatura è stata Rosy Bindi, che in un colloquio privato con lo stesso interessato avrebbe già evocato esplicitamente l’ipotesi Quirinale. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, la Bindi avrebbe proposto Bersani come possibile “federatore” del centrosinistra, una figura cioè capace di tenere insieme le anime disparate di una coalizione che, nell’attuale fase, fatica a trovare una guida condivisa tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. In questo senso, la candidatura al Quirinale di Bersani si intreccia con la crisi di leadership in corso all’interno dell’opposizione.
Rosy Bindi: il profilo e la mossa strategica
Rosy Bindi, già presidente dell’Antimafia e ministra della Salute nei governi dell’Ulivo, è tornata sulla scena politica con dichiarazioni che hanno fatto alzare più di un sopracciglio. Nell’evocare la necessità di un “nome finora mai fatto” per guidare il centrosinistra, ha lasciato intendere ai propri interlocutori che il nome in questione fosse proprio quello di Bersani, pur ammettendo implicitamente il proprio interesse per la partita del Colle. Nel Partito Democratico, come riferisce il Fatto Quotidiano, c’è chi legge la mossa della Bindi come un tentativo di “posizionarsi nella corsa al Quirinale”, sfruttando il caos delle primarie per ritagliarsi un ruolo di kingmaker o, più ambiziosamente, di candidata diretta. La sua lunga esperienza istituzionale e la sua vocazione a tenere il punto sui valori cattolico-democratici la rendono una figura non priva di appeal trasversale, anche se il suo profilo risulta più marcato politicamente rispetto alla tradizione quirinalizia degli ultimi decenni.
Laura Boldrini: il nome della sinistra identitaria
Laura Boldrini, già presidente della Camera dei deputati nella XVII legislatura e oggi deputata del Partito Democratico, rappresenta l’ala più marcatamente identitaria e progressista del centrosinistra. Il suo nome viene associato a una candidatura al Quirinale nell’ipotesi in cui la coalizione di sinistra volesse fare una scelta simbolicamente dirompente, eleggendo la prima donna nella storia repubblicana ad assurgere alla carica di Capo dello Stato. Boldrini ha accumulato nel corso degli anni una solida esperienza istituzionale, prima come portavoce dell’UNHCR in Italia e poi come terza carica dello Stato, ma la sua figura è divisiva: apprezzata dalla base più progressista, incontrerebbe resistenze significative nell’elettorato moderato e in alcune componenti del centrosinistra stesso. Per un’elezione che richiede ampie convergenze, il suo profilo potrebbe risultare difficile da spendere al di là della cerchia più fedele.
Casini: il candidato trasversale per eccellenza
Pier Ferdinando Casini resta, secondo molti analisti e osservatori politici, il nome più credibile e strutturalmente “presidenziabile” dell’intero panorama politico italiano. Nato a Bologna nel 1955, laureatosi in giurisprudenza, eletto in Parlamento per la prima volta nel 1983 a soli 28 anni, Casini vanta un curriculum istituzionale di straordinaria ampiezza: presidente della Camera dei deputati, leader dell’Unione di Centro, presidente della Commissione d’inchiesta sulle banche, nonché uno dei politici italiani più longevi e più trasversali della Seconda Repubblica. Il suo nome era già circolato con insistenza nel 2022, quando un gruppo di partiti centristi lo aveva indicato come possibile candidato di unità, salvo poi ritirare la propria disponibilità per favorire la rielezione di Mattarella. “Nel 2029 ti potrebbe toccare il Colle”, gli avrebbe detto Giuliano Amato in occasione della presentazione del suo libro C’era una volta la politica: una profezia politica che in molti, a sinistra come al centro, sembrano condividere. Il professor Riccardo Pelizzo, in un’analisi pubblicata nel gennaio 2026, ha indicato esplicitamente Casini come il candidato con il profilo più aderente a quello dei presidenti della Seconda Repubblica, sottolineandone la preparazione giuridica, la lunga esperienza parlamentare, la capacità di muoversi con disinvoltura tra schieramenti diversi e, non ultima, un’età adeguata rispetto ai profili alternativi.
Il nodo del “campo largo” e la variabile del 2027
La vera incognita che aleggia su tutti questi nomi è di natura squisitamente politica: il centrosinistra vincerà le elezioni del 2027? Senza una maggioranza parlamentare adeguata, nessun nome del campo progressista potrà raggiungere il Colle. Ed è proprio su questo nodo che si incardina l’intera discussione in corso all’interno dell’opposizione, lacerata tra la linea di Schlein, quella di Conte e i tentativi di mediazione di figure come Bersani o Bindi. Come ha scritto Dagospia, riprendendo fonti interne al Pd, “la vera partita è sul federatore”: trovare un leader capace di unire il campo e vincere le politiche è il presupposto indispensabile per poi poter aspirare a portare un candidato di area al Quirinale. In questo senso, i nomi che circolano per la presidenza della Repubblica si intrecciano inevitabilmente con quelli che circolano per la guida della coalizione, rendendo il dibattito ancora più complesso e stratificato. Matteo Renzi, nel frattempo, ha già avvertito che se si permetterà a Meloni di vincere nel 2027, sarà lei stessa a puntare al Colle nel 2029, aggiungendo un ulteriore elemento di pressione sul centrosinistra affinché risolva le proprie divisioni interne prima che sia troppo tardi. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
