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Renzi attacca Meloni: “Ci ha reso il paese più indebitato d’Europa” ma non dice che la colpa è dei Governi Conte 2 e Draghi

Il sorpasso sul debito accende lo scontro politico, ma i numeri raccontano una responsabilità diffusa: tra Superbonus, Pnrr e crescita debole, l’Italia paga scelte pluriennali e resta il grande malato d’Europa.
Credit © La7

Le parole di Matteo Renzi riaccendono il confronto politico sui conti pubblici italiani, portando al centro del dibattito il tema del debito e delle responsabilità accumulate negli ultimi anni. L’ex presidente del Consiglio ha attaccato frontalmente Giorgia Meloni, sostenendo che entro la fine del 2026 l’Italia diventerà il Paese europeo con il debito pubblico più elevato, superando anche la Grecia. Un’affermazione che si inserisce in un contesto di crescente tensione tra maggioranza e opposizione sulla gestione della finanza pubblica.

Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, il debito italiano è destinato a salire al 138,4% del Pil, mentre quello greco scenderebbe al 136,9%, determinando un sorpasso che fino a pochi anni fa era previsto per il 2028. Un’accelerazione che ha alimentato letture divergenti: da un lato chi, come Renzi, punta il dito contro l’attuale governo; dall’altro chi evidenzia come l’evoluzione del debito sia il risultato di scelte stratificate nel tempo.

Nel dibattito si inserisce l’analisi di Luciano Capone, che sul quotidiano Il Foglio sottolinea come il dato odierno sia il prodotto di politiche adottate da più esecutivi, in particolare durante la fase post-pandemica. Il riferimento è soprattutto al Superbonus e al Piano nazionale di ripresa e resilienza, strumenti che hanno mobilitato complessivamente circa 450 miliardi di euro con l’obiettivo di rilanciare la crescita e la produttività.

Il Superbonus, introdotto durante il governo guidato da Giuseppe Conte e sostenuto da una maggioranza di centrosinistra, ha avuto un impatto significativo sui conti pubblici, contribuendo all’aumento del debito. Tuttavia, la sua efficacia nel generare crescita strutturale resta oggetto di valutazioni contrastanti. I dati attuali mostrano infatti un’espansione economica limitata: l’Italia cresce intorno allo 0,5%, ben al di sotto di altri Paesi dell’Europa meridionale come Portogallo, Spagna e la stessa Grecia, che viaggiano su ritmi prossimi al 2%.

Il quadro che emerge è quello di un Paese che, a distanza di anni dalla crisi pandemica, fatica a tradurre la spesa pubblica in sviluppo duraturo. L’Italia risulta l’unica tra gli ex Paesi “Pigs” ad avere un debito più alto rispetto al 2019 e un tasso di crescita sostanzialmente invariato. Un dato che alimenta interrogativi sulla qualità degli investimenti e sull’efficacia delle politiche economiche adottate.

Lo scontro politico tende a semplificare una realtà più complessa, in cui il peso del debito è il risultato di decisioni distribuite nel tempo, tra emergenze straordinarie e strategie di rilancio non sempre riuscite. Il tema resta centrale non solo per il confronto interno, ma anche per la credibilità dell’Italia in ambito europeo, dove sostenibilità fiscale e crescita continuano a rappresentare un equilibrio difficile da raggiungere. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!