Un’e-mail interna del Pentagono, rivelata da Reuters il 24 aprile, mette nero su bianco una serie di opzioni con cui Washington starebbe valutando di punire gli alleati Nato considerati troppo tiepidi nel sostegno alle operazioni Usa nella guerra con l’Iran. Tra le ipotesi più esplosive figurano la sospensione della Spagna dall’Alleanza, o almeno l’esclusione dei Paesi ritenuti “difficili” da incarichi di peso, e una revisione dell’appoggio diplomatico americano alla posizione britannica sulle Falkland. Secondo la fonte citata da Reuters, il documento nasce dalla frustrazione per il mancato via libera su accesso, basi e sorvoli, il cosiddetto schema “ABO”, che al Pentagono viene considerato la soglia minima di solidarietà tra alleati.
Il passaggio sulla Spagna è quello che più colpisce sul piano politico. Madrid è finita nel mirino dell’amministrazione Trump dopo aver dichiarato di non voler consentire l’uso delle proprie basi e del proprio spazio aereo per colpire l’Iran. Reuters ricorda che per gli Stati Uniti la Spagna resta strategica per due infrastrutture cruciali, la base navale di Rota e la base aerea di Morón. Il memo, tuttavia, non descrive un meccanismo operativo chiaro per una vera sospensione dall’Alleanza; anzi, la stessa Reuters sottolinea che non è stato possibile stabilire se nella Nato esista una procedura formale per arrivare a un simile esito. Il Trattato del Nord Atlantico prevede esplicitamente, all’articolo 13, soltanto la facoltà di recesso di un membro, non una sospensione imposta dagli altri.
La reazione di Pedro Sánchez è stata prudente ma netta. Il premier spagnolo, interpellato sul caso, ha tagliato corto: “Non ci basiamo sulle e-mail. Ci basiamo su documenti ufficiali e posizioni governative, in questo caso degli Stati Uniti“. Una risposta che segnala la volontà di non trasformare subito la fuga di notizie in una crisi diplomatica aperta, pur in un contesto in cui il rapporto tra Washington e diversi partner europei appare sempre più logorato. Già a fine marzo il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva evitato di riaffermare in modo netto l’impegno americano sull’articolo 5, lasciando intendere che la decisione finale spetti a Donald Trump.
Il cuore dello scontro è Hormuz. Dopo l’inizio della guerra il 28 febbraio, l’Iran ha di fatto ostacolato il traffico nello stretto, snodo da cui passa normalmente circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio. Washington ha chiesto un coinvolgimento più robusto degli alleati per riaprire la rotta, ma Regno Unito e Francia hanno rifiutato di partecipare al blocco dei porti iraniani voluto da Trump, sostenendo che una simile scelta li avrebbe trascinati direttamente nel conflitto. Londra ha rivendicato una linea diversa: non aderire a operazioni offensive, ma lavorare a una futura missione multinazionale, autonoma e difensiva, per garantire la libertà di navigazione una volta cessate le ostilità.
È in questo quadro che va letto anche il riferimento alle Falkland. La mail del Pentagono, secondo Reuters, ipotizza di riconsiderare il sostegno diplomatico degli Stati Uniti alle “possessioni imperiali” europee di lungo corso, includendo l’arcipelago amministrato da Londra ma rivendicato dall’Argentina. Il tema è altamente sensibile: britannici e argentini combatterono una guerra nel 1982, e ancora oggi la sovranità resta oggetto di contesa internazionale. Il Regno Unito ribadisce di non voler negoziare il trasferimento della sovranità contro la volontà degli isolani e richiama il referendum del 2013, nel quale oltre il 99% dei votanti si espresse per mantenere il legame con Londra.
Per la Casa Bianca, il dossier non è solo una reazione tattica alla crisi mediorientale, ma un tassello di una più ampia revisione dei rapporti transatlantici. La frase chiave riportata da Reuters è quella sul bisogno di ridurre il “senso di diritto acquisito” degli europei: un lessico che traduce la visione trumpiana della Nato come alleanza da rifondare in termini strettamente transazionali. Non a caso il memo non arriva a suggerire un’uscita immediata degli Stati Uniti dall’Alleanza né la chiusura delle basi in Europa, ma punta a costruire una scala di pressioni simboliche e politiche per costringere gli alleati a un allineamento maggiore nelle future crisi.
Resta da capire se il documento sia destinato a restare un esercizio di pressione interna oppure a trasformarsi in linea politica. Ma il solo fatto che opzioni di questo tipo circolino “ad alti livelli” nel Pentagono fotografa una frattura ormai profonda: la crisi di Hormuz non sta solo ridisegnando gli equilibri nel Golfo, sta mettendo in discussione anche il principio stesso di reciprocità su cui la Nato ha costruito la propria credibilità per oltre sette decenni. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
