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Ecco quando Putin attaccherà la Nato, la profezia che preoccupa l’alleanza

Le valutazioni europee indicano una finestra di rischio tra 2027 e 2028, ma il vero nodo resta la coesione dell’Alleanza: tra timori di escalation ibrida e fragilità politiche interne, la sfida per la NATO è soprattutto strategica.

Le valutazioni che emergono da ambienti politici e della difesa europei, raccolte da Politico, delineano uno scenario che inquieta le cancellerie occidentali: la possibilità che Vladimir Putin possa considerare il periodo tra il 2027 e il 2028 come una finestra favorevole per mettere alla prova la coesione della NATO. Non si tratta di una previsione operativa certa, ma di una lettura strategica condivisa da fonti “a conoscenza diretta delle discussioni”, secondo cui il Cremlino potrebbe ritenere quel momento particolarmente propizio sul piano geopolitico.

A influire su questa percezione sarebbe innanzitutto il contesto politico statunitense. La permanenza alla Casa Bianca di Donald Trump fino al gennaio 2029 rappresenta, secondo diversi osservatori europei, un fattore di incertezza per la solidità del legame transatlantico. Le posizioni critiche espresse più volte dal presidente americano nei confronti degli alleati europei alimentano il timore che Washington possa ridurre il proprio impegno nella difesa del continente, proprio mentre l’Unione europea non ha ancora completato il percorso di rafforzamento militare e di autonomia strategica.

In questo quadro si inseriscono le dichiarazioni di Mika Aaltola, membro della commissione Affari esteri del Parlamento europeo, secondo cui “qualcosa potrebbe accadere molto presto”. Aaltola sottolinea come il deterioramento delle relazioni transatlantiche e la percezione di un progressivo disimpegno americano possano essere interpretati da Mosca come un’opportunità. Tuttavia, lo stesso eurodeputato invita a non immaginare necessariamente uno scenario di guerra convenzionale su larga scala.

Le fonti europee citate da Politico evidenziano infatti che un attacco diretto a un Paese della NATO resta considerato improbabile, soprattutto alla luce dei costi già sostenuti dalla Russia nel conflitto in Ucraina. Più verosimile appare invece il ricorso a operazioni ibride o limitate, concepite per testare la tenuta politica dell’Alleanza senza superare chiaramente la soglia che attiverebbe l’articolo 5 del Trattato, ovvero il principio di difesa collettiva.

Tra gli scenari ipotizzati figurano incursioni mirate, operazioni con droni o azioni circoscritte in aree sensibili come il Mar Baltico o l’Artico, eventualmente contro territori isolati o difficilmente difendibili. L’obiettivo, secondo Aaltola, sarebbe quello di “creare ambiguità”, alimentando divisioni tra gli alleati su come reagire. Un’azione che non implichi un’invasione tradizionale potrebbe infatti rendere più complessa una risposta unitaria, soprattutto se gli Stati Uniti dovessero considerare l’episodio non strategicamente rilevante.

Sulla stessa linea si colloca Ville Niinistö, che ipotizza una possibile escalation calibrata per indebolire politicamente l’Europa, generare insicurezza nelle opinioni pubbliche e ridurre il sostegno a Kiev. Una strategia che punterebbe più sulla pressione psicologica e sulla destabilizzazione che su un confronto militare diretto.

Il livello di allarme, tuttavia, non è uniforme all’interno dell’Alleanza. Paesi come Finlandia e Lituania mostrano una sensibilità particolarmente elevata nei confronti della minaccia russa, mentre altri attori, tra cui l’Estonia e la stessa NATO, mantengono un approccio più prudente, sottolineando il rischio che un eccesso di allarmismo possa finire per favorire la narrativa del Cremlino.

Il presidente estone Alar Karis richiama comunque alla vigilanza, ricordando come l’invasione dell’Ucraina abbia colto molti osservatori impreparati. Un monito che riflette la consapevolezza diffusa della necessità di non sottovalutare segnali deboli o scenari non convenzionali.

Parallelamente, cresce la preoccupazione per le dinamiche interne al campo occidentale. Il primo ministro polacco Donald Tusk ha indicato nella possibile disgregazione della comunità transatlantica la minaccia più grave, più ancora delle pressioni esterne. Le tensioni politiche negli Stati Uniti, in particolare in vista delle elezioni di midterm e delle presidenziali del 2028, potrebbero infatti tradursi in un irrigidimento delle posizioni americane nei confronti della NATO e dell’Europa, con ripercussioni dirette sulla coesione dell’Alleanza.

In questo contesto, la prospettiva delineata dalle fonti europee non rappresenta tanto una previsione imminente di conflitto, quanto piuttosto un campanello d’allarme sulla vulnerabilità politica e strategica dell’Occidente. Più che la capacità militare russa, a preoccupare è la possibilità che divisioni interne e incertezze strategiche possano offrire a Mosca spazi di manovra per mettere alla prova la credibilità della difesa collettiva. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!