A quasi due decenni dall’omicidio di Chiara Poggi, la Procura di Pavia torna a puntare i riflettori su uno degli elementi più controversi della scena del crimine: la cosiddetta traccia 33, individuata sulla parete destra della scala interna della villetta di Garlasco. Secondo quanto emerge dal fascicolo depositato dai pm il 7 maggio, quell’impronta sarebbe attribuibile ad Andrea Sempio e, soprattutto, sarebbe direttamente collegata all’omicidio.
La rilevanza della traccia, già emersa lo scorso dicembre durante l’udienza sull’incidente probatorio, trova ora una nuova conferma nelle carte dell’accusa. Gli inquirenti sottolineano come l’impronta fosse “bagnata” e accompagnata da “macchie simili a schizzi”, elementi che la renderebbero compatibile con la dinamica del delitto. Una valutazione che trova riscontro anche nelle testimonianze dei carabinieri del Ris intervenuti nei giorni immediatamente successivi al 13 agosto 2007 e riascoltati nel 2025.
Il punto centrale dell’ipotesi accusatoria è il collegamento tra la traccia 33 e la cosiddetta traccia 45, una goccia di sangue della vittima rinvenuta poco sotto l’impronta. Secondo la Procura, quella goccia si sarebbe staccata “da un oggetto insanguinato”, che poteva essere “sia parte del corpo o arma del delitto”, posizionato “ovviamente e obbligatoriamente più in alto rispetto al punto dove è andata a impattare con la parete”. La dinamica descritta dagli inquirenti parla di uno schizzo caduto “dall’alto verso il basso con un andamento obliquo da destra verso sinistra”, rafforzando l’idea di un nesso diretto tra le due tracce, anche perché la macchia ematica “si trova appena sotto, leggermente più a destra di quest’ultima”.
Già all’epoca dei fatti, la traccia 33 aveva attirato l’attenzione degli investigatori. Fu infatti l’unica impronta ritenuta di particolare interesse al punto da procedere con il prelievo dell’intonaco mediante “grattato”, una pratica non ordinaria. Tuttavia, le analisi effettuate nel 2007 non portarono a risultati utili e l’elemento venne accantonato. Oggi, a distanza di 19 anni, quegli stessi accertamenti tornano al centro dell’inchiesta.
A chiarire le ragioni di quella scelta è stato il tenente colonnello Alberto Marino, allora consulente tecnico della Procura di Vigevano, interrogato il 9 giugno 2025. “”Non ho un preciso ricordo, posso solo rifarmi alla mia esperienza e a valutazioni logiche. Il genetista, cioè io, si è confrontato con il dattiloscopista e ha valutato che, senza intaccare l’ impronta, essendoci una particolare estensione della reazione della ninidrina e trovandosi la traccia in prossimità del corpo della vittima in una posizione di appoggio, la traccia era di particolare interesse e valeva la pena tentare un accertamento che normalmente non si effettua””, ha spiegato.
Sulla stessa linea anche il tenente colonnello Aldo Mattei, all’epoca comandante della Sezione impronte e fotografie del Ris di Parma, ascoltato il 12 giugno 2025. Il militare ha ricordato come sin da subito fosse evidente la natura della traccia: “”faceva senso””, ha dichiarato, sottolineando che si trattava chiaramente di una mano destra appoggiata sulla parete nel luogo del ritrovamento del cadavere. Dal punto di vista tecnico, ha precisato che “”era evidente che il deposito aminoacidico fosse consistente poiché l’impronta aveva un colore accesso””, aggiungendo che la decisione di grattare l’intonaco fu presa perché, a differenza di altre impronte, quella sembrava “”lasciata da una mano bagnata”” e presentava “”macchie simili a schizzi””.
La chiusura delle indagini segna dunque un passaggio decisivo per una vicenda che continua a sollevare interrogativi. La rilettura di elementi già noti, alla luce di nuove valutazioni e testimonianze, potrebbe ridefinire il quadro accusatorio in uno dei casi di cronaca più discussi degli ultimi anni. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
