L’intervento del filosofo Umberto Galimberti a “In Onda”, il talk di La7 condotto da Luca Telese e Marianna Aprile, riaccende il dibattito pubblico sui temi dell’immigrazione e della percezione sociale dello straniero, prendendo spunto dai tragici fatti avvenuti a Modena sabato 16 maggio. Una riflessione netta, destinata a far discutere, che si muove sul crinale tra analisi psicologica e lettura storica.
Nel corso della trasmissione, Galimberti ha scelto un approccio diretto, privo di attenuazioni: “Noi italiani siamo razzisti”. Una dichiarazione che, nelle sue intenzioni, non vuole essere una condanna morale ma un tentativo di interpretazione del fenomeno. Il filosofo infatti ribalta la chiave di lettura tradizionale, sostenendo che il razzismo non deriverebbe da un sentimento di superiorità, bensì da una percezione opposta.
Entrando nel merito, Galimberti spiega: “Sono assolutamente convinto che lo siamo, perché abbiamo la sensazione che gli immigrati siano biologicamente e psicologicamente più forti di noi”. Una tesi che poggia su un’immagine forte, utilizzata per descrivere il percorso migratorio e la selezione estrema che esso comporta: “Se prendiamo 100 neri che partono dalla Nigeria, attraversano il deserto e ci mettono dieci anni, ne arrivano 10. Arrivano in Libia, due anni di lavori forzati, vivono ammassati in galere, dopo due anni prendono una barca e o la va o la spacca.”
Da qui, la domanda che diventa il cuore della sua riflessione: “Ce l’abbiamo noi questa forza biologica e psicologica? Secondo me no.” Un passaggio che evidenzia come, nella visione del filosofo, il timore verso l’immigrato si radichi in una percezione di fragilità della società occidentale, più che in un presunto senso di superiorità.
A rafforzare il suo ragionamento, Galimberti ricorre a un parallelo storico di grande impatto, richiamando la caduta dell’Impero Romano come esempio di declino interno prima ancora che di pressione esterna. “Sapete perché è crollato l’Impero Romano? Nessuno più lavorava a Roma. Tutti andavamo a vedere le manifestazioni, le lotte con gli animali o con gli uomini, nei postriboli.”
Proseguendo nell’analisi, il filosofo sottolinea il progressivo ricorso a forze esterne: “Dopo un secolo hanno dovuto importare i barbari per fare la canalizzazione delle acque, dopo due secoli altri barbari per fare le legioni, perché i romani non erano neanche più in grado di combattere. Dopo tre secoli, avevano un imperatore barbaro. Questa è la nostra paura.”
Un’affermazione che, nel contesto del dibattito televisivo, si inserisce come una chiave interpretativa provocatoria ma coerente con il pensiero dell’autore: il timore dell’altro come riflesso di una percezione di indebolimento interno.
Le parole di Galimberti si collocano così al centro di una discussione più ampia che intreccia cronaca, filosofia e percezione collettiva, offrendo uno spunto destinato a dividere ma anche a interrogare profondamente l’opinione pubblica. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
